L'inchiesta de Il Giornale sul filone mafia-appalti sta generando un certo nervosismo nel mondo pentastellato, che arriva a sostenere una tesi secondo cui "da tempo la maggioranza, insieme al generale Mori (nella foto), sta cercando di scrivere una verità di comodo, farlocca e semplicistica per spiegare la strage di via D'Amelio, dando la colpa solo a un brutto giro di interessi sugli appalti che intrecciava politici della Prima Repubblica, mafiosi vecchio stampo e imprenditori collusi: l'indagine nota come mafia-appalti".
Sono questi i termini utilizzati dal deputato M5s Michele Gubitosa, componente della commissione Antimafia, che però forse dimentica, quando fa riferimento a una verità farlocca, che il giudice Paolo Borsellino indagava proprio su quella pista nei 57 giorni di vita che la mafia gli ha lasciato dopo la morte del collega Giovanni Falcone. Ma, secondo Gubitosa "nel costruire questa narrazione, devono mettere fuori gioco, tentando di delegittimarlo, Roberto Scarpinato che vivono come una spina nel fianco e un pericolo, perché hanno paura che con le sue capacità e conoscenze sia in grado di rompere il loro giocattolo e di aprire altri scenari che potrebbero fare uscire tanti scheletri dall'armadio".
Ma Scarpinato, che non può essere audito in Commissione Antimafia in quanto membro, non ha chiarito il motivo per cui abbia ritenuto opportuno sentire diverse volte l'ex pm Gioacchino Natoli per concordare con lui le domande che Scarpinato gli avrebbe rivolto. Non si tratta di un'occasionale telefonata, ma di ripetute conversazioni in cui il tema centrale è scegliere minuziosamente quali elementi non tralasciare. Ed è tra questi che rientra la famosa riunione del 14 luglio, in cui Borsellino sarebbe stato informato della richiesta di archiviazione di uno dei filoni di mafia appalti avanzata il 13 luglio, quindi il giorno prima, da parte di Lo Forte e Scarpinato. Cosa difficilmente riscontrabile, anche perché per trent'anni nessuno menzionò quel fatto, nessuno disse che Borsellino fosse stato messo al corrente. Solo ora, con uno strano tempismo, ricordano quell'episodio. Che, però, data la sua centralità, difficilmente poteva essere stato ritenuto marginale all'epoca. E, soprattutto, se Borsellino ne fosse stato a conoscenza, perché trascorrere il giorno prima della sua morte sulle carte dell'omicidio di Luigi Ranieri, noto imprenditore morto per la sua resistenza alle pressioni mafiose, confermata da vari pentiti tra cui Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Leonardo Messina e Balduccio Di Maggio come riportato da Il Giornale?
A intervenire sulla centralità del documento da noi pubblicato è la deputata di Fratelli d'Italia Sara Kelany: "Il Giornale pubblica un documento esclusivo del tribunale di Palermo che dimostra che il 18 luglio 1992, il giorno prima di essere ucciso, il giudice Borsellino prelevò un fascicolo che riguardava l'omicidio ad opera di Cosa Nostra di un noto imprenditore palermitano, Ranieri Luigi, collegato al sistema degli appalti. Un'ulteriore prova che Borsellino stava indagando sul dossier mafia e appalti, un'indagine che ancora oggi, dopo oltre 30 anni, qualcuno sta cercando di delegittimare. Il senatore Scarpinato, che in quegli stessi giorni firmò la richiesta di archiviazione dell'inchiesta mafia e appalti, smetta di screditare la commissione antimafia e di usarla come scudo e venga a riferire tutto quello che sa su quanto è avvenuto nei giorni tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio". Il senatore di Fratelli d'Italia Sandro Sisler ritiene che sia "giunto il momento che Scarpinato riveli cosa sa nel merito della vicenda.
Lo impone il momento e lo impone la necessità, al netto di ogni polemica, di fare luce su uno dei momenti più bui della nostra Repubblica", mentre il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri "il documento pubblicato da Il Giornale coraggiosamente apre, con pochi altri, squarci di verità. Ancora Scarpinato e Natoli sostengono che sapesse dell'archiviazione?