Segue campionario del dileggio antimeloniano con classifica incorporata. Primo posto: "Vassalla", secondo posto "subalterna", terzo "col cappello in mano", a scalare "succube", "pedina", "cavallo di Troia", menzione speciale per il pensionato Pier Luigi Bersani che ha scoperto il viagra (mediatico) che ha detto che il governo si è messo "in coda a un pazzo criminale".
Il dileggio nasce a inizio 2025 con la convention della destra americana, poi nell'interessamento a Musk (cartelli "giù la Musk" in Aula) e poi a margine dei fatti in Ucraina, Israele, Venezuela, Groenlandia, Iran, poi dazi e crisi energetica. La caricatura è: Giorgia Meloni non è un capo di governo che tratta o difende gli interessi italiani, è una sottoposta, una valletta geopolitica, l'amica italiana di un pazzo.
Arriva Schlein. Febbraio 2025, assist offerto dal Cpac, convention della destra conservatrice americana: il 21 febbraio ecco Elly Schlein che accusa Meloni d'essere "vassalla di Trump". 22 febbraio: Meloni "prigioniera della sua ideologia". 27 febbraio, direzione Pd, "vassalla di un progetto di disgregazione europea". Non è una leader conservatrice che prova un equilibrio tra Washington e Bruxelles, ma solo un corpo ausiliario dell'offensiva trumpiana contro l'Europa.
Arriva La7. Campionario. 3 febbraio 2025, Otto e mezzo, il monaco debenedettino Emiliano Fittipaldi spiega che Meloni deve decidere se vuole "essere vassalla di Trump o fare il bene nazionale". 11 febbraio, ancora Otto e mezzo, titolo: "Meloni, Salvini e l'Italia vassalla di Trump?". C'è il punto di domanda. 20 febbraio, Tagadà, ancora Fittipaldi che parla di "rischio vassallaggio verso Trump". 28 marzo 2025, di nuovo Otto e mezzo: "Giorgia Meloni vassalla di Trump?". Chissà la risposta. 8 gennaio 2026, L'Aria che tira, Fittipaldi, carico, definisce la postura della premier "da vassalla di Trump". Non è più polemica, è arredamento, tappezzeria.
Groenlandia-Venezuela. Il 4 gennaio 2026 Giuseppe Conte ospite di 10 minuti (Rete 4) attacca la Meloni per 11 minuti: avrebbe legittimato l'opzione militare di Trump in Venezuela: "Subalterna a Trump". Conte si chiede che cosa farà Meloni quando Washington punterà la Groenlandia. 18 gennaio, l'Ansa raccoglie una raffica: Schlein vorrebbe una Meloni più "netta", Bonelli definisce Meloni (indovinate) "subalterna a Trump" mentre Fratoianni parla di "servilismo ignominioso" e descrive il governo come "cavallo di Troia".
Bersani reload. Ci mette il timbro popolare, che "subalterna" è un parolone. 18 febbraio 2025, diMartedì, si chiede: con chi sta Meloni? La invita a trattare "con la schiena dritta, non sempre a inchinarsi". Col tempo si incattivisce e il 7 aprile 2026, ancora a diMartedì, guerra in Iran, Bersani chiude la pratica: il governo si è messo "in coda a un pazzo criminale e non sa che pesci pigliare". Nel corso del dibattito scivolano analisi politiche che comprendono le espressioni complice, ancella, damigella e infermiera (con applauso meccanico).
Gran dibattito. I resoconti parlamentari non raffreddano il linguaggio. Nel dibattito dell'11 marzo 2026 sul Medio Oriente (Camera) ecco le formule originali: "Imbarazzo e subalternità nei confronti di Trump", "soffocata, sopraffatta dalla subalternità a Trump" eccetera, Nel riassumere la giornata delle opposizioni, Open (quotidiano online) sintetizza: "È succube di Trump".
Moraletta: non va neanche ripetuto che gli attacchi al governo sono tutta roba stra-legittima, ma l'ignoranza dei fatti lo è di meno: sull'Ucraina il governo ha continuato a sostenere Kiev anche nel 2026, sulla Groenlandia la presidente del Consiglio ha detto di non credere a un'azione militare americana e di non condividerla, sul Medio Oriente ha ribadito che l'Italia non è in guerra, in altri dossier (da Unifil alla base di Sigonella) la linea è stata decisamente poco compatibile con la macchiettizzazione descritta.
Si può accusare un governo di essere troppo prudente (in politica è un difetto e non lo è) ma dire che sia stato sempre inginocchiato comporta la
trasformazione della politica in propaganda eterna (che è una cosa) e la trasformazione del giornalismo, quello sì, in subalternità, cappello in mano, servitù e vassallaggio della stessa propaganda politica. Che è un'altra cosa.