Contro Donald Trump non c'è tregua nemmeno quando scatta la tregua. Sbilenca, pericolante, claudicante e tutto quello che volete, ma pur sempre un cessate il fuoco dichiarato a poche ore da quella che tutte le anime candide del mondo progressista ritenevano una minaccia nucleare. L'esercito degli anti trumpiani in stato di allerta permanente è sempre pronto a scagliarsi contro il presidente americano, anche quando fa un passo indietro, come in questo caso. Ci spieghiamo meglio: nessuno si aspettava che i pacifisti, all'annuncio della tregua, si mettessero a fare i trenini strombazzando le lingue di Menelik, ma neppure che cogliessero l'ennesima palla al balzo per attaccare il solito imperialismo americano. Certo, diranno i più causidici, sono pacifisti, mica treguisti. Verissimo, ma non dimentichiamo che l'ottimo è nemico del buono. Così stupisce il gelo di chi per 364 giorni l'anno sventola le bandiere arcobaleno e da settimane auspica uno stop di Trump e, ora che Donald pare essersi fermato, quasi se ne rammarica. Come se, in fondo, avessero voluto che il presidente affondasse il colpo, che schiacciasse quel bottone, che desse prova di essere quel pazzo guerrafondaio che loro credono e sperano che sia.
Analisti, raffinatissimi esperti di geopolitica che s'improvvisano geriatri per telediagnosticare demenze senili all'inquilino della Casa Bianca, giornalisti e tuttologi pacifisti si sono infilati immediatamente nella trincea non appena sgomberata dai guerrafondai. Perché il vero obiettivo era colpire, di sponda, il governo italiano. Chissenefrega della pace e della guerra, per attaccare la Meloni vale tutto, anche tifare per i dittatori sudamericani e supportare sciamannati ayatollah sgozzatori di teste.
Quelli che frinivano per un refuso - leggi Giuseppi e i grillini - ora non vedono l'ora di scaricare su Roma le colpe (e poi quali colpe?) di Washington. Se c'è di mezzo Trump la pace non è abbastanza pace e la tregua non è abbastanza tregua. Ma le facce di bronzo restano comunque facce di bronzo.