"Ecco il governo che strizza l'occhio alla mafia", diranno. Sembra di sentirli i detrattori di Giorgia Meloni che, non sapendo più come provare a delegittimarla, hanno tirato fuori un selfie del 2019 che la ritrae con Gioacchino Amico, pentito del clan Senese. E non erano certo in un contesto privato, bensì pubblico, cosa non strana per in politico, ma evidentemente c'è chi vede del marcio anche in foto casuali, per poi rivedere la propria posizione e dire che non era quello il cuore del problema. Non avevano niente di meglio se non una foto di 7 anni prima. Anche se così il dubbio nella popolazione è già stato insinuato, la foto e le fantasiose ricostruzioni sono circolate, il tentativo di gettare ombre è stato realizzato.
Ma c'è di più, perché il portale Wikimafia, da oltre 10 anni impegnato nella lotta alla criminalità organizzata, ha preso di mira la premier con un'accusa piuttosto sui generis, per usare un eufemismo: "Nel giorno in cui Giorgia Meloni rivendica il suo impegno antimafia, confondendo per altro ergastolo ostativo e carcere duro, arriva la notizia che il boss Raffaele Galatolo (nella foto, il suo covo), fido strangolatore di Totò Riina, ha passato le vacanze di Pasqua a casa sua a Palermo, come aveva già fatto a Natale e in estate, nonostante la condanna all'ergastolo. Provvedimento che il giudice di sorveglianza ha potuto emettere proprio per via di quella legge che Giorgia Meloni ha rivendicato", scrivono facendo passare il messaggio che con questo Governo i criminali possano mangiare colombe e uova di Pasqua. E aggiungono che "in un paese normale la presidente del Consiglio ringrazierebbe i giornalisti e farebbe piazza pulita di chi ha messo in prima fila un referente della camorra a un evento di partito, ma noi non siamo un Paese normale".
Insomma, è tutta colpa della Meloni secondo alcune testate politicamente orientate. Ed è certamente legittima la critica o il dissenso nei confronti di un esecutivo che non si apprezza ma, come sanno per primi i ragazzi di Wikimafia, sempre pronti a rilanciare ogni tesi di Ranucci, a stabilire che anche i mafiosi che non avevano collaborato con la giustizia dovessero avere diritto ai permessi premio fu la Corte Costituzionale con la sentenza numero 253 del 2019, che interviene sull'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario.
La Corte, infatti, ha ravvisato un profilo di incostituzionalità nel momento in cui si impediscono in modo automatico i permessi premio ai detenuti per mafia non collaboranti. Questo perché, in primis, così si limita la capacità del magistrato di valutare il caso specifico: sulla base di verifiche rigorose, quindi, deve essere il giudice a stabilire ed escludere la pericolosità del soggetto e la sua estraneità ad ambienti mafiosi.
E, in secondo luogo, perché non è detto che chi sceglie di non collaborare con la giustizia sia ancora parte integrante del sistema mafioso. Non c'è stata, quindi, con quella sentenza un'apertura nei confronti dei criminali, bensì un bilanciamento che tenesse conto anche dei principi costituzionali.