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L'ultimo capriccio di Monti: un No per dispetto a Giorgia

Il senatore a vita si schiera di nuovo dalla parte opposta al centrodestra. Ma dice: "Voterò per tutelare lo Stato di diritto, non contro il governo"

L'ultimo capriccio di Monti: un No per dispetto a Giorgia
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Ha messo da parte il loden e indossato l'elmetto del No. Mario Monti, il professore della Bocconi oggi senatore a vita, il garante del salotto buono europeo, il terzopolista allergico al bipolarismo muscolare, ha rotto gli indugi sul referendum relativo alla riforma della giustizia. Dopo aver ondeggiato tra un timido Sì e un lontano No, si è ripreso la scena con un'intervista sul Corriere della Sera. Titolo: "Voterò No a tutela dello Stato di diritto. E non per punire il governo". È un no che ha il sapore di capriccio, sospettano a Palazzo Madama. Più per farsi notare che per convinzione. Addirittura le malelingue bisbigliano: "Forse si aspettava una nomina o comunque il titolo ad honorem di consigliere di Meloni".

Una giravolta che in fondo tradisce la sua anima liberal di centrodestra. Perché l'uomo "sistema" non si può ascrivere alla galassia progressista. "Nel 1994 Berlusconi l'ho pure votato - ha ammesso in un'intervista ad Aldo Cazzullo - E scrissi un articolo in cui auspicavo un liberalismo disciplinato e rigoroso". Di più, il '94 è l'anno in cui il professore vola a Bruxelles grazie alla volontà del Cavaliere che all'epoca sedeva a Palazzo Chigi e "che mi volle come commissario europeo". Tra i due si stabilisce un rapporto franco, nel rispetto delle parti. "Non ho mai sbraitato contro lui". Berlusconi lo corteggia, lo vorrebbe addirittura come ministro dell'Economia, ma non se ne fa nulla. "Gli dissi che ero onorato dalla proposta e che avrei anche potuto accettare, ma solo se lui avesse rinunciato alle promesse di ridurre le tasse".

Il rapporto si incrina, forse definitivamente, nei giorni della crisi del governo del 2011: l'esplosione dello spread e la nomina di Monti da parte di Giorgio Napolitano a senatore a vita portano al governissimo del professore. Il patto tra il tecnico della Bocconi e l'inquilino del Colle viene vissuto dal centrodestra e dalla war room arcoriana come un tradimento.

Tirato per la giacca dalla sinistra, nel 2013, ovvero nell'anno delle elezioni politiche, sceglie di non scegliere e ai primi di gennaio convoca i giornalisti all'Hotel Plaza della Capitale. È la definitiva discesa in campo con un partito a sua immagine e somiglianza: Scelta Civica. Che non si schiererà né con la destra né con la sinistra. Resta nel mezzo, il professore, e prova a fare il terzo incomodo, l'equilibrista che punta all'ex bacino democristiano sempre occhieggiando alla tecnocrazia europea. Il successo non arriverà, lo schieramento si fermerà al 10 per cento e da lì in poi il progetto si sgretolerà. Non a caso dopo qualche anno ammetterà: "Credo che, senza Scelta Civica che sottrasse a Berlusconi una parte dei voti di centro, presidente della Repubblica sarebbe diventato lui. E non avremmo avuto né la rielezione di Napolitano, né Mattarella. Né, naturalmente, Letta, Renzi e Gentiloni". In estrema sintesi, non ha sfondato ma ha fatto perdere il Cavaliere.

Il non successo lo costringerà a vivere la dimensione del senatore solitario. Sempre presente a Palazzo Madama, raro che parli con i colleghi o che si fermi con i cronisti, Monti si accomoda nel suo banco e interviene solo quando la discussione riguarda l'Europa e le questioni economiche. Vola alto l'ex rettore della Bocconi che non ha un approccio ideologico al governo di Giorgia Meloni. Ne loda la postura. Nel dicembre del 2022, poche ore prima del Consiglio Ue, definisce "positiva e ineccepibile" l'azione dell'esecutivo in Europa. Due anni dopo, elogia il varo della terza legge finanziaria nel rispetto della tenuta dei conti pubblici: "Sul bilancio in generale, Meloni e Giorgetti hanno trattato i cittadini da adulti, a costo di dispiacere ad altri ministri, a pezzi della maggioranza, alle rispettive lobby". Insomma, dal primo minuto della legislatura Monti cerca di ergersi a grande consigliere della presidente del Consiglio: "Il nostro paese deve cogliere l'attuale posizione di forza del governo ".

Addirittura nel gennaio del 2026, in un lunga intervista con Claudio Cerasa sul Foglio, arriva a dire che "Giorgia Meloni potrebbe diventare la leader europea di una nuova fase dell'unificazione". Il sentimento del professore cambia nell'ultimo mese e mezzo. Tutta colpa dell'eccessiva vicinanza a Trump da parte della premier: "Un tale atteggiamento potrebbe inoltre mostrare preoccupazione fondate anche rispetto ad altre iniziative del governo.

Si prenda la riforma della giustizia". Da qui la scelta definitiva nel segno del No. Una posizione che chi ne conosce la sua storia non comprende. E che sa più di dilemma morettiano: "Mi si nota di più se voto sì o se voto no?"

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