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Macché subalternità, la partita dell'Italia si gioca nel Mediterraneo

Il governo si è battuto per mantenere la missione Unifil, contro Usa e Israele

Macché subalternità, la partita dell'Italia si gioca nel Mediterraneo
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C'è una lettura indecente secondo la quale il governo sarebbe sdraiato su Usa e Israele, con ciò confondendo amicizia politica e subordinazione: ma la realtà è meno comoda delle semplificazioni. L'Italia, anzitutto, non è in guerra con l'Iran: non lo è formalmente né militarmente. La presidente del Consiglio a dirla tutta ha chiarito di non aver ricevuto neppure richieste americane di coinvolgimenti diretti, e che, anzi, l'obiettivo resta evitarli. Non è certo l'unico piano da distinguere. Sull'Ucraina, per esempio, Stati Uniti e Italia continuano ad avere accenti diversi, mentre a Israele, diciamo così, dell'Ucraina importa relativamente. Gli interessi di Usa, Israele e Italia non coincidono sempre: talvolta si sovrappongono, talvolta si sfiorano, talvolta divergono, e pensare che esista un solo fronte occidentale può essere suggestivo, ma non serve all'analisi.

Il caso più istruttivo e sottaciuto resta quello di Unifil, il contingente italiano sul quale Giorgia Meloni e il ministro della Difesa hanno idee piuttosto chiare. Stati uniti e Israele hanno spinto con decisione (eufemismo: hanno sparato verso i nostri contingenti) per chiudere la missione Unifil o svuotarla, ma la risposta, con altri paesi europei, è stata quella di mantenere una presenza internazionale sia pure in un quadro sempre più logoro, al punto da accettare, noi riluttanti, di andarcene nel 2027.

Qui si capisce che cosa sta effettivamente facendo il nostro governo: non sta raccontando la favola del diritto internazionale che non esiste (più) ma sta prendendo atto che quel diritto, in Medio Oriente, è ormai una coperta strappata, e sta perciò cercando di mantenere un punto d'appoggio politico e militare dentro quel caos. Ritirare i nostri soldati sotto pressione israeliana sarebbe stata una resa, una confessione di irrilevanza, una rinuncia a un ruolo di controllo strategico nel Mediterraneo. Per questo Giorgia Meloni protestò con Netanyahu definendo "inaccettabili" gli attacchi a Unifil, nel 2024, e difese la presenza italiana sul terreno; e per questo Guido Crosetto fu ancora più esplicito nel suo accusare Israele di "atti non accidentali" e potenzialmente configurabili come crimini di guerra, ripetendo che Unifil semmai andasse addirittura rafforzata. Poi il governo lo sa benissimo che Hezbollah e Hamas appartengono a una stessa famiglia politico-militare-terroristica-islamista, qualcosa che colpisce l'Occidente e destabilizza la regione; sa che, in questa ottica, Israele è un argine, ma da qui a dire che ogni guerra di Israele sia combattuta anche per conto nostro, ecco, ce ne passa. Netanyahu può avere interesse ad "andare fino in fondo" (occupando parte del Libano) perché questo compatta Israele, ma non è detto che questo compatterebbe o servirebbe all'Italia, che ha altre vulnerabilità, altri confini, altri interessi energetici e altri equilibri mediterranei a cui badare.

Anche la fregata Martinengo mandata verso Cipro, in coordinamento con altri partner europei, indica che l'Italia non sta scegliendo la neutralità, ma nemmeno la subalternità: sta cercando, senza sparare, di mantenersi presente dove la stabilità del Mediterraneo viene decisa. Che cosa c'entri questo, con un presunto servilismo verso Usa e Israele, non è chiaro per niente.

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