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Il nemico a casa nostra. Nella moschea di Milano piangono Khamenei: "È il nostro martire"

Il centro islamico dei Navigli celebra l'ayatollah: tra cordoglio, gigantografie della Guida suprema donne in burqa o coperte per intero da lenzuola

Il nemico a casa nostra. Nella moschea di Milano piangono Khamenei: "È il nostro martire"
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Nel cuore della movida milanese, a due passi da noi, c'è chi commemora i terroristi. E quel terrorista, per l'esattezza, si chiama Ali Khamenei, il defunto vertice della Repubblica islamica, assassinato nel recente attacco israelo-americano. Il centro islamico Imam Ali, che si trova in via Valsolda, zona Navigli, ha letteralmente messo in atto una cerimonia funebre per il re dei Pasdaran. Donne con il burqa, altre con il lenzuolo che copriva loro l'intero corpo, una gigantografia della Guida Suprema accanto al banchetto da cui l'imam ne tesseva le lodi.

"La cerimonia della dodicesima notte del mese sacro del Ramadan si è tenuta presso il Centro Culturale con la recita di un brano del Sacro Corano, la ricezione di un pasto iftar e di discorsi, la recita di un canto funebre e il battersi il petto per commemorare il martirio del Leader Supremo della Rivoluzione e dei martiri dell'Iran". Un vero e proprio elogio al "martire" Khamenei e un inno alla ribellione armata. Il gesto di battere la mano sul petto si chiama "matam" ed è un dettaglio fondamentale perché rappresenta il rito di lutto praticato da molti musulmani sciiti durante il mese di Muharram, in particolare nel giorno di Ashura. È un modo per commemorare il martirio, un atto di dolore collettivo. Infatti il medesimo centro ha espresso il proprio dolore quando la Guida iraniana è morta nella sua dimora: "Il Centro Culturale esprime le sue condoglianze e il suo cordoglio per il martirio di questo divino studioso, grande leader e guardiano dei musulmani del mondo". E ieri hanno commemorato con una cena le vittime del raid da parte di quella che loro definiscono "criminale America e regime sionista". Ci sono due aspetti centrali nella vicenda. Il primo riguarda il collegamento di questi centri al regime iraniano. La seconda, invece, ha a che fare con la differenza numerica tra luoghi di culto sciiti e sunniti. I primi sono meno di 10, mentre gli altri oltre 1200. Ma, da un punto di vista strategico e di impatto sulla propaganda, contano in egual misura. Perché se da un lato ci sono uomini (e fan) di Hamas, dall'altro ci sono emanazioni del Regime e supporter di Hezbollah, con tanto di bandiere dei gruppo terroristico affisse sulle pareti o esposte agli eventi. A inquadrare il fenomeno, le sue complessità e soprattutto diramazioni è il noto esperto di terrorismo Giovanni Giacalone che spiega a Il Giornale come "i centri islamici iraniani, sia in Europa che negli Stati Uniti, sono funzionali al regime khomeinista, ne diffondono la propaganda, la narrativa e mantengono rapporti diretti con le sedi diplomatiche iraniane. Non a caso si sono visti consoli ad eventi di questi centri, come ad esempio alla presentazione del libro su Qasem Soleimani presso il Centro Imam Ali di Milano. E il centro milanese, ma anche quello romano, l'Imam Mahdi, hanno commemorato la morte di Khamenei. Inoltre, è fondamentale seguire le attività dell'Istituto al Mustafa, attivo a livello internazionale e sanzionato nel 2020 dagli Stati Uniti con l'accusa di essere una piattaforma per il reclutamento delle Irgc (Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica)".

Gli sciiti, a differenza dei musulmani che indicono le svariate manifestazioni pro Pal cui assistiamo con cadenza settimanale, partecipano in modo visibile alla vita in piazza solo a giugno nel giorno della Ashura, ma ciò non implica che la loro attività si svolga regolarmente nel sottobosco. E, infatti, come spiega Giacalone "quando serve, si agganciano ai centri sunniti, anche per quanto riguarda la causa palestinese dove trovano terreno fertile. Intrattengono rapporti con le associazioni islamiche sciite pakistane attive tra Emilia e Lombardia". Sono storicamente separati da una profonda divergenza, ma in casi come questo, in cui Israele e l'Occidente sono il nemico da combattere, sanno di non poter restare divisi, la posta in gioco è vitale per entrambi.

E ciò è testimoniato dalla innumerevoli posizioni pro Khameney espresse dalla comunità islamica sunnita, che ha subito reagito alla perdita della Guida Suprema. L'asse contro l'Italia è servito, e vede come protagoniste due fazioni storicamente nemiche.

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