nostro inviato a Pontida (Bergamo)
"Se-ces-sio-ne, Bos-si Bos-si, Padania libera, se-ces-sio-ne". Il popolo di Umberto Bossi aspetta che Giorgia Meloni varchi la soglia del monastero di San Giacomo a Pontida per onorare la memoria e il corpo del Senatur, avvolto dalla bandiera col Sole delle Alpi, con gli slogan che dal 20 maggio del 1990 hanno fatto da colonna sonora dei raduni. "Durante un funerale, certi cori sono quanto di più lontano dalla Lega e da Matteo Salvini ci possa essere", ci dice un colonnello leghista che da lontano osserva la cerimonia e l'arrivo della delegazione istituzionale. Il leader leghista arriva prima di tutti, poi tocca al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, assieme ad Antonio Tajani, il "padrone di casa" che li accoglie è Giancarlo Giorgetti stretto in un lungo cappottone grigio, gli occhi tristi e lucidi che si riaccendono quando arrivano i ministri Roberto Calderoli, Giuseppe Valditara, Alessandra Locatelli. Oltre a un Mario Monti fischiatissimo c'è anche Daniela Santanchè e il reietto Flavio Tosi, con i vicepremier ci sono i presidenti della Camera Lorenzo Fontana e del Senato Ignazio La Russa, seduti nella prima fila. Dall'altro lato Renzo Bossi, i fratelli Eridano Sirio e Roberto Libertà, la vedova Manuela Marrone, si vedono anche Massimiliano Romeo, Gian Marco Centinaio e Riccardo Molinari, il figlioccio di Umberto Marco Reguzzoni da Busto.
Appena dietro l'ex sindaco di Milano Letizia Moratti, Fedele Confalonieri arriva con Marcello Dell'Utri. Ci sono anime e personalità lontane dal sentiment padano che una nota "a nome della comunità leghista ringrazia per il commosso omaggio tributato, pur non avendo mai fatto parte della nostra famiglia politica". Applauditi i governatori Attilio Fontana, Maurizio Fugatti, Massimiliano Fedriga e Alberto Stefani, oltre al presidente del Consiglio regionale del Veneto Luca Zaia. Poco lontano, fuori dalle transenne, ci sono altri orfani di Bossi che preferiscono stare col popolo. Si riconosce Mario Pittoni, il cremonese Luigi Dossena che sventola la sua Divina Commedia leghista, l'ex dirigente Rai Antonio Marano. Mario Borghezio conciona i suoi col solito vocione, qualcuno lo irride e lo richiama alle troppe promesse mancate. Scaramucce che non spezzano il silenzio religioso che circonda un monastero blindatissimo. Poco lontano Roberto Castelli si stringe nel suo loden verde, le mani in tasca: "Quella di Bossi è un'eredità tradita da una politica centralista". L'ex cerchio magico si ricompone qui dove il cerchio terreno di Bossi si chiude, mentre campeggia lo striscioni Nati liberi, nati padani. In chiesa inizia la funzione, tocca a Giorgetti leggere un passaggio in cui Ezechiele si rivolge al popolo d'Israele, "vi farò riposare nella vostra terra", e qualcuno fuori si guarda in faccia e si commuove. Renzo Bossi legge la lettera di San Paolo apostolo ai Romani, "il vostro corpo è morto, ma lo Spirito è vita per la giustizia". L'abate Giordano Rota chiede di pregare "per sentirlo ancora vicino".
Poco prima delle 13 la bara esce, il peso è tutto sulle spalle di una mezza dozzina di militanti storici, scelti direttamente dalla famiglia: si riconosce l'autista Aurelio Locatelli, al tempo fu l'ex senatore Massimo Dolazza a individuarlo per far scorrazzare il Senatur. "Quello è Flavio Minozzi da Varese, l'altro è Alberto Spreafico da Missaglia, provincia di Lecco. Quello che sembra un prete ortodosso so che è un militante di Modena", ci spiega un ragazzone sulla cinquantina con giubbotto di pelle e cravattina dei Giovani padani annodata male. Quando la piazza invoca Bossi e la secessione, palpabile quella tra i politici sulle scale e il popolo dall'altra parte, a fatica Giorgetti alza la mano destra come a fermare i cori ma è inutile. "Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il Tricolore". Lo stridore della cornamusa intristisce e anticipa il Va' pensiero intonato dal Coro degli alpini della Val Masino, "O, mia patria, sì bella e perduta! O, membranza, sì cara e fatal!".
Si parte verso il pratone, sono 600 metri ma sembrano quarant'anni, sono migliaia i militanti e le bandiere, i fazzoletti verdi e quelli di carta e stoffa, ad asciugar le lacrime sincere per la morte di un politico vero che sapeva "usmare", odorare i bisogni della gente, che sapeva quando alzare la voce e quando chiudersi dentro una stanza. Dietro la strada è bloccata mentre le auto blu alla spicciolata sgommano via.