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Pietrangelo, il dissidente raccontato da vicino Adora la Russia, ma quella di Florenskij

La cifra della sua Biennale: dialogo, tregua e trasversalità

Pietrangelo, il dissidente raccontato da vicino Adora la Russia, ma quella di Florenskij

Dobbiamo subito chiarire le cose con te, caro lettore. Per evitare equivoci. Conosciamo da anni Pietrangelo Buttafuoco e dal 2024 lavoriamo con lui: quando fu nominato presidente della Biennale di Venezia ci chiamò a dirigerne la rivista internazionale che ne porta il nome: La Biennale di Venezia. Non lo consideriamo solo un amico, ma anche il miglior giornalista della sua generazione e un vero scrittore.

E adesso parliamo del caso Biennale (su cui Mario Ajello ieri sul Messaggero ha detto che ormai le uniche discussioni culturali sono a destra).

Noi, nella querelle, tra la linea della fermezza contro gli Stati aggressori e quella del dialogo culturale tra gli Stati, scegliamo la seconda. Tutti i Paesi in questo momento in guerra Usa, Israele, Iran, Russia, Ucraina - devono essere a Venezia per esporre il meglio della propria arte (e se non sarà arte ma propaganda, dopo, chiunque potrà scriverlo e denunciarlo). Tanto più che essendo la Russia proprietaria del proprio padiglione all'interno dei Giardini fin dal 1914, la sua è una presenza tecnicamente legittima. Forse è meglio ripeterlo: la Russia non è stata "invitata": non se ne è mai andata e quest'anno ha solo comunicato che userà "casa" sua (Mosca ha detto: "il nostro non è un ritorno"). E ciò già basterebbe a smorzare i toni. Tanto più che Buttafuoco ha immediatamente risposto alle polemiche proponendo di dedicare uno spazio ai dissidenti russi, cioè agli artisti che si oppongono a Putin. Difficile pretendere di più. Cosa facciamo: mandiamo i Carabinieri a piantonare il padiglione per non far entrare i russi? E poi: sistemato un Paese, ne spunta un altro: ieri è stata annunciata una mobilitazione che coinvolge artisti e curatori che chiedono l'esclusione dello Stato israeliano dalla Biennale. Bene, fuori anche Israele. E poi? Gli Usa li teniamo? E Cuba? E il Vietnam? E le dittature africane?

Noi siamo per la Biennale come "spazio di tregua", per la Biennale "fabbrica di ponti", per la Biennale come luogo di confronto, di dialogo e soprattutto di diplomazia, l'unica cosa più potente delle armi, come dimostra la storia millenaria di Venezia. E siamo della convinzione che sì, non c'è nulla di più strumentalmente politico dell'arte, ma anche che l'arte può essere uno straordinario strumento di persuasione politica. E soprattutto siamo per un'idea di Cultura - parola pericolosa che non tolga mai, ma aggiunga: idee, riflessioni, prospettive. Una cosa che da sempre, e tanto più con Buttafuoco come presidente, è la sostanza stessa della Biennale. E possiamo dirlo vedendo l'istituzione veneziana ogni giorno al lavoro, in mille progetti che dialogano con tutto il mondo. La rivista ad esempio, che nei sei numeri finora usciti ha ospitato decide di scrittori, storici, poeti, registi, artisti, architetti, filosofi, scienziati, premi Nobel come Orhan Pamuk, premi Oscar come Peter Weir, scrittori come Javier Cercas e Claudio Magris, giornalisti come Stenio Solinas, Edoardo Camurri, Davide Brullo o Stefano Salis E come il grande Progetto dell'Archivio storico della Biennale "È il vento che fa il cielo", da un verso di Confucio tradotto da Pound, per le celebrazioni dei 700 anni dalla morte di Marco Polo, fra Venezia, Istanbul, Mongolia e Cina. O come gli omaggi a Meister Eckhart e a Pavel Florenskij, il teologo russo ucciso dal KGB a Leningrado nel 1937 (perché poi il punto è uno solo: l'egemonia culturale, supposta o reale che sia, la si fa con Cristina Campo, non con la Fallaci).

E per quanto riguarda la polemica, del tutto fuori fuoco, sull'assenza degli artisti italiani alla Biennale di quest'anno, nessuno ricorda che la curatrice Koyo Kouoh aveva fissato degli incontri nei tre più importanti teatri italiani - La Scala a Milano, il San Carlo a Napoli e il Massimo a Palermo - per incontrare i nostri artisti e scegliere chi invitare.

Ma la morte ha deciso altrimenti (e a proposito della curatrice camerunense ricordiamo ai critici della scelta africana che, melonianamente, più "Piano Mattei" di così non si può).

E per il resto, facciamo tutti una tregua; e vediamoci in Biennale.

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