Dal caso Palamara alla Loggia Ungheria, la propaganda delle toghe rosse anti referendum diventa un boomerang per il big del No. Protagonista dell'ultima contraddizione è Giuseppe Cascini, attuale procuratore aggiunto di Roma che fu censurato dall'Anm per aver ottenuto biglietti per la Champions League da Palamara, poi finito al centro dello scandalo che portò alla luce il sistema delle correnti. Ieri Cascini è stato al centro di un acceso confronto con il sostituto procuratore Annalisa Imparato, uno dei volti del "sì", durante il dibattito organizzato dall'Fnsi a Roma. Il clima è diventato rovente quando la Imparato ha chiesto conto al collega delle responsabilità delle correnti nel sistema di gestione delle nomine e delle carriere emerso con la vicenda Palamara. Incalzato su quali fossero le contromisure adottate dalla magistratura organizzata per impedire il ripetersi di quelle dinamiche, il procuratore è apparso in difficoltà. Ma il punto più alto del contraddittorio è stato raggiunto quando la pm ha chiesto: "Se le condotte del gruppo facente capo a Luca Palamara erano così gravi, come sostenuto da molti magistrati, per quale ragione tali comportamenti non siano stati denunciati all'autorità giudiziaria". Incredibile la risposta di Cascini: "Non tutto ciò che è sbagliato costituisce reato".
E infine la ciliegina sulla torta del pasticcio del volto per il No. In merito al funzionamento del sistema disciplinare, il togato ha sostenuto che, nonostante il Csm e alcuni magistrati avessero sollecitato interventi disciplinari nei confronti dei soggetti coinvolti nel caso Palamara, l'azione disciplinare non avrebbe avuto corso perché l'allora ministro della Giustizia non avrebbe ritenuto di promuoverla. Guardasigilli che all'epoca era il grillino Alfonso Bonafede e che oggi, guarda caso, sostiene pubblicamente le posizioni contrarie al referendum sulla giustizia.
Le parole di Cascini, ora, gettano ombre sull'autonomia reale di una certa magistratura, portando alla luce lo stretto rapporto tra alcune correnti e aree politiche, sempre di sinistra. E sembrano delineare un quadro in cui le dinamiche disciplinari interne alla magistratura risultavano condizionate dalle scelte del governo.