"Noi siamo favorevoli alla separazione della carriere, favorevoli in modo netto...". Matteo Renzi, al telefono col Giornale, rivendica la storica posizione d'Italia viva sull'ordinamento giudiziario. Per il referendum del 22-23 marzo, però, l'ex premier sceglie di non rivelare il suo voto. E di lasciare libertà agli elettori. "Tanti dei nostri votano Sì perché vogliono dare un segnale contro la magistratura politicizzata, altri votano No perché le riforme non si fanno per decreto legge". E lei? "Evito di personalizzare, ho già dato dieci anni fa...". Non è una posizione di comodo - osserva - è un dato di realtà. Perché Italia viva è un partito plurale. Ieri il senatore fiorentino ha lanciato le primarie delle idee per il "campo largo", segnalando come un amministratore, un presidente di Regione o un sindaco, possa rappresentare la soluzione al rebus del candidato premier per il centrosinistra. Ha rivendicato i meriti di Elly Schlein: "Lontana da me", ha ammesso, "ma in grado di ricompattare la coalizione". Il "campo largo", per Renzi, va allargato. La strategia non cambia. L'ex presidente del Consiglio sceglie di non scegliere, almeno in pubblico, ma da leader politico qual è non può non percepire il clima. Rispetto al referendum costituzionale del 2016, quello per cui l'ex premier si dimise, avverte una differenza. "Per la nostra riforma costituzionale, il voto è stato percepito da centrodestra e 5Stelle come l'occasione storica di dare una spallata al governo. Questa volta mi sembra che i partiti discutano sul merito. Quel referendum, comunque, lo rifarei dieci volte, perché la riforma serviva al Paese". "Il vero punto di debolezza di questa storia - continua l'ex premier - è la mancata ricezione da parte del ministro della Giustizia Carlo Nordio dei nostri emendamenti...". In quel caso Italia viva avrebbe votato Sì in maniera compatta, lascia intendere. I renziani avrebbero voluto eliminare il sorteggio dei membri laici del Csm e sarebbero intervenuti sull'obbligatorietà dell'azione penale e sull'Alta Corte disciplinare ma governo e maggioranza hanno scelto un'altra strada. Giorgia Meloni, questo è un fatto, non si dimetterà in ogni caso. "La questione sul futuro dell'esecutivo è stata risolta dalla premier in partenza. Ognuno fa quello che vuole e ognuno risponde delle sue valutazioni. Non mi metto a discutere di questo, auguro soltanto agli italiani di esprimere un voto libero. Per il resto, vediamo cosa succederà. Una profezia? Se c'è un campo in cui le mie profezie non funzionano, è quello dei referendum costituzionali". La battuta è inevitabile.
E l'orgoglio è sempre quello. Renzi calca la notizia sull'unione civile tra i due sindaci di centrodestra, Alessandro Basso e Loris Bazzo, Fdi e Lega: "La destra, che ci contestava, utilizza oggi una nostra riforma. È vero che il tempo è galantuomo, io ci credo molto. Vale anche per la riforma costituzionale". Il referendum, quindi, quasi da osservatore interessato ma anche la guerra, anzi le due guerre, Iran e Ucraina, che necessiterebbero - dice - di un altro approccio europeo. "Il luogo dove manca l'Ue in maniera clamorosa è l'Ucraina. Avevo proposto un inviato speciale e mi pare che anche la Meloni stia andando verso questa direzione. Poi certo, c'è bisogno di un Ue diversa in Iran, in Terra Santa...".
La guerra, che per alcuni può essere il game changer del referendum, continua a occupare buona parte del dibattito ma il dialogo è prioritario: "Mi pare che ci sia concordia sulla necessità di un confronto istituzionale sull'Iran, su questo non credo ci siano dubbi". La chiosa non può che riguardare l'appuntamento del 22 e 23 marzo: "Non è vero che se vince il Sì non ci saranno più casi Garlasco...".
Tuttavia il leader Iv ribadisce la necessità di riformare nel profondo la giustizia. In questo specifico caso, non condivide il metodo e forse parte del merito. Certo, questa libertà di voto lasciata ai suoi non assomiglia ai toni di chi propala il No.