"Saprà sorprenderci. La ripresa sarà più forte"

Il presidente di Banca Mediolanum: "Trump farà investimenti. Anche Reagan era stato attaccato"

"Saprà sorprenderci. La ripresa sarà più forte"

Il presidente di Banca Mediolanum, Ennio Doris, non sembra stupito della vittoria di Donald Trump. Nè spaventato. Anzi. «Il nuovo inquilino della Casa Bianca è un pragmatico e non credo proprio che abbia intenzione di entrare in conflitto con il resto del mondo».

Wall Street ha ripreso a marciare e guarda a Trump con un sentimento misto: c'è un buono e c'è un cattivo, chi prevarrà tra i due?

«Bisogna innanzitutto fare una tara di quanto ha dichiarato in campagna elettorale. Non è del resto il primo. Ricordo il ministro delle Finanze tedesco, Wolfang Schäuble, che prima di conoscere il verdetto del referendum sulla Brexit aveva detto: Se gli inglesi voteranno per l'uscita, chiuderemo i nostri rapporti con il Regno Unito. Mi era subito parsa una sparata elettorale, considerando che l'Inghilterra è fra i più importanti clienti della Germania con quasi 100 miliardi di euro l'anno di importazioni. E infatti non è successo niente».

Ora vedremo Trump all'opera ma già dal suo primo discorso si è capito che ha aggiustato il tiro ed è stato più sobrio.

«Assolutamente. Ha esordito con i complimenti alla Clinton, ha detto che sarà il presidente di tutti e che in politica estera non cercherà conflitti ma alleanze. Un dettaglio importantissimo, considerando soprattutto i rapporti con la Russia. Il ritorno di una sorta guerra fredda che abbiamo visto con Obama è di certo un male per l'Europa e anche per l'Italia. Vorrei rievocare lo spirito di Pratica di Mare, era il maggio del 2002, quando George W. Bush e Vladimir Putin si strinsero la mano grazie alla mediazione dell'allora premier Silvio Berlusconi. Trump è un uomo estremamente pragmatico. E proprio perché credo al suo obiettivo di avere più alleanze che conflitti, penso che la sua politica economica sarà assai meno protezionistica rispetto agli annunci».

E sul fronte interno, quali mosse si aspetta per il sistema Usa?

«Ha promesso investimenti pubblici in infrastrutture che porteranno lavoro e miglioreranno le condizioni dell'impresa americana. Saranno comunque determinanti le sue mosse sul campo della politica fiscale. Oggi la crescita mondiale è lenta e le imposte sono lo strumento di politica economica più efficace al mondo: dove c'è una più bassa pressione fiscale, c'è una crescita economica più alta perché vengono attratti gli investimenti. E un'imposizione ridotta aiuta il rilancio dei consumi. È come quando si va a caccia: se pasturi, la selvaggina arriva. Ecco, Trump ha detto che è pronto a "pasturare". E gli effetti si vedranno anche in Europa perché se gli Stati Uniti si muoveranno in questa direzione altri Paesi forse li seguiranno. Spero che avvenga ciò che era successo con Ronald Reagan quando venne eletto presidente».

Anche Reagan all'inizio venne massacrato dalla stampa.

«Il New York Times scrisse che era un attore mediocre, un incolto, inadatto a guidare l'America. Poi la sua presidenza ha innescato venti anni di crescita economica. Quando Reagan venne eletto, gli Usa avevano il 71% di pressione fiscale per i privati e il contributo delle famiglie più ricche alle casse dello Stato era pari al 5 per cento. Dopo il primo mandato, la pressione era già scesa dal 71% al 50% e dopo il secondo dal 50% al 28 per cento. Non solo. Dopo gli otto anni di presidenza Reagan, il contributo delle famiglie ricche era salito dal 5% al 42 per cento. Non so se Trump farà come Reagan, sono due uomini molto diversi. E Reagan poteva contare anche sulla sua esperienza di governatore della California. Ma, ripeto, il nuovo presidente è un pragmatico e il suo successo dipenderà anche molto dalla squadra che sceglierà. L'ipotesi di far entrare nel team l'ex sindaco di New York, Rudy Giuliani, mi fa essere ottimista».

Sono in tanti, non solo in Italia, a fare paragoni fra Trump e Berlusconi. Che ne pensa?

«Berlusconi sorprese tutti con una campagna elettorale durata meno di sessanta giorni. C'è però una profonda differenza fra l'Italia e gli Usa: Trump, seppur confrontandosi con il Congresso e il Senato, potrà mettere in atto le sue idee. Qui da noi, fra governi di coalizione e compromessi da accettare, è quasi impossibile».

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