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La scoperta di Chiara morta, quei 23 minuti senza un alibi: l'incubo di Stasi

Dopo cinque processi e due assoluzioni (in primo e secondo grado), il castello accusatorio crolla: Alberto non è mai stato presente sulla scena del delitto

La scoperta di Chiara morta, quei 23 minuti senza un alibi: l'incubo di Stasi
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L'assenza del passaggio sulla scena del crimine di Alberto Stasi. Un castello accusatorio così paradossale che ci sono voluti ben cinque processi, con due assoluzioni in primo e secondo grado, per arrivare alla complicata condanna del fidanzato di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007.

L'ACCUSA IN FRANTUMI

Con una conclusione processuale messa nero su bianco nella pronuncia della Cassazione, disseminata da incongruenze ed elementi non corrispondenti alle risultanze investigative, che si basa sulle presunte menzogne di Stasi, il quale si sarebbe finto scopritore del cadavere della ragazza, raccontando falsamente di essere entrato nella villetta di via Pascoli e aver trovato il corpo di Chiara sulle scale, mentre invece l'avrebbe uccisa lui ore prima e, dopo il delitto, non sarebbe più rientrato in quella casa. Insomma, per i giudici "il biondino dagli occhi di ghiaccio" non sarebbe quello che ha scoperto il corpo, ma l'assassino. E per questo, ormai da dieci anni, è recluso in prigione, per scontare la pena di 16 anni.

Quel castello accusatorio che ha sospeso la vita di un ragazzo, improvvisamente trovatosi nel vortice doloroso di aver perso brutalmente la sua fidanzata e di dover affrontare il furore della giustizia e del popolo, oggi è come un gigante dai piedi d'argilla, che si frantuma incredibilmente grazie alla nuova indagine della Procura di Pavia.

Gli approfondimenti investigativi, infatti, ora tolgono definitivamente Stasi dalla scena del crimine e inseriscono Andrea Sempio quale unico autore del delitto di Garlasco. Sulla base del connubio tra l'analisi delle tracce di sangue e le risultanze medico-legali che sorreggono l'impianto accusatorio, gli inquirenti riscrivono la fase omicidiaria, facendo a pezzi la ricostruzione dello "Stasi assassino" cristallizzata nella sentenza definitiva della Cassazione.

I 23 MINUTI

Un delitto cucito addosso al condannato nell'unico buco del suo alibi per quella mattina, i 23 minuti compresi tra le 9,12 e le 9,35, nonostante l'autopsia effettuata allora sul corpo della vittima avesse fissato l'orario della morte tra le 10,30 e le 12, con maggior centratura alle 11.

LA RICOSTRUZIONE

Per i giudici che lo condannarono senza avere mai individuato il movente, il fidanzato si presenta in bicicletta a casa Poggi, suona, Chiara disattiva l'allarme alle 9,12 e lo fa entrare. Dopo un breve litigio, Stasi colpisce la ragazza vicino alle scale del salone, dove resta per pochi minuti in cui si determina un'ampia pozza ematica. A quel punto la trascina verso la cantina, ma all'altezza del telefono Chiara si desta e lui la massacra con l'oggetto contundente che le sfonda il cranio. L'assassino, compiuto il delitto d'impeto, si siede per qualche minuto sul divano ed è lì che alcune gocce di sangue colano dall'arma sporcando il pavimento. Poi abbandona il corpo sulle scale della cantina, va in bagno a lavarsi del sangue, pulisce con accuratezza il lavandino con abbondante acqua e lava il dispenser del sapone, lasciando due impronte del suo anulare.

LE FRAU 42

Sparse in casa 25 orme di una Frau con la suola a pallini numero 42. E il tutto in 23 minuti, dai quali bisogna escludere almeno otto necessari per tornare a casa, senza essere visto da nessuno, nonostante percorra la strada dalla villetta alla sua abitazione in bici, grondante di sangue. Alle 9,36 Stasi accende il pc per lavorare alla tesi. Nel mentre comincia a telefonare a Chiara per crearsi un alibi finché, alle 13,50, l'assassino si finge lo scopritore del cadavere e lancia l'allarme. Una ricostruzione che oggi crolla, di fronte alla rivisitazione dell'azione omicidiaria, compiuta in più fasi e in tempi così dilatati da andare molto oltre quei 23 minuti. Cambia anche l'orario del delitto, che torna a quello originario. Inoltre gli investigatori avrebbero trovato un'orma compatibile con le scarpe che quella mattina indossava il condannato, il quale invece non ha mai posseduto una Frau 42.

E ancora la convinzione che l'aggressore non si è mai lavato in bagno, per cui

le impronte non insanguinate dell'anulare di Stasi sul dispenser non sono le ultime lasciate dall'assassino, visto che oltre alle sue sono presenti altre nove. Le altre prove a discarico saranno svelate con la discovery.

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