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Se la partita di Budapest decide il futuro di Bruxelles

La vera posta in gioco è la compattezza dell'Ue, sempre minata dal leader magiaro

Se la partita di Budapest decide il futuro di Bruxelles
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Per un verso bisogna essere grati a Viktor Orbán perché ha messo gli ungheresi di fronte ad una scelta: debbono decidere se vogliono essere europei o meno. Senza togliere nulla ai candidati e allo sfidante Peter Magyar l'Ungheria si trova di fronte a questo bivio.

È chiaro, infatti, che l'Europa con la filosofia di Orbán resterà sempre un'incompiuta, un'Unione fragile, sottoposta alle pressioni delle altri grandi potenze che non per nulla sponsorizzano tutte l'attuale premier magiaro: dagli Usa di Trump (il vicepresidente JD Vance ha fatto campagna elettorale per Orbán) alla Russia di Vladimir Putin (lo Zar promette ogni giorno petrolio al governo di Budapest), alla Cina di Xi Jinping. Tutte unite per evitare che un altro gigante, l'Unione Europea, si affacci sullo scenario internazionale e prenda un posto di primo piano nel nuovo ordine mondiale.

Atteggiamento comprensibile: chi avrebbe voglia di un nuovo competitor? Quello che non si comprende è Orbán che critica l'Europa perché non conta un tubo, ma nel contempo non fa nulla per renderla più forte superando il diritto di veto o evitando di mettergli a ogni occasione un bastone tra le ruote. A meno che - si è propensi a pensar male - il premier magiaro non si sia scelto scientemente il ruolo di quinta colonna delle grandi potenze per sabotare dall'interno le scelte e più in generale l'evoluzione ad uno stadio più maturo dell'Unione. Tutto per garantirsi un occhio di riguardo per gli interessi ungheresi da parte di americani, russi e cinesi. Scelta miope che condanna l'Ungheria al ruolo non di vassallo ma addirittura di valvassino, in altre parole di utile idiota delle grandi potenze.

È la contraddizione di tutti i sovranisti: criticano l'Europa per la sua debolezza ma concorrono a renderla debole. Ecco perché di fronte al risultato ungherese pure gli europei di converso saranno costretti a scegliere.

È chiaro che un'Europa in queste condizioni non ha futuro: ci sono volute due guerre, l'aggressività di Putin, la mezza follia di Donald Trump per rendere evidenti i limiti dell'Unione. È già difficile esercitare un minimo d'influenza in un mondo impazzito, tentare di farlo con l'handicap Orbàn è impossibile. Con un diritto di veto che ancora impedisce a Bruxelles di dare i 90 miliardi promessi a Volodymyr Zelensky e senza un esercito europeo che possa garantire alla Nato un'altra gamba oltre a quella americana sollevando nel contempo l'Europa dal ricatto militare di Trump, la Ue rischia di essere in balia del nuovo ordine mondiale, delle mire e del folklore dei suoi attori. Ragion per cui specie se le urne ungheresi premieranno Orbán l'Europa deve porsi il problema di superare il diritto di veto o, in alternativa, di dar vita a un'Europa più ristretta ma più omogenea, accomunata dall'obiettivo di una vera integrazione.

Non si tratta di opzioni ma

di scelte obbligate per la sopravvivenza.

P.s.: certo non è un modo di stare in Europa garantire al governo russo un padiglione alla Biennale d'arte di Venezia per farsi negare i fondi da Bruxelles. Solo per parlare di noi.

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