Silenzio, parla Berlusconi

Torna il Cavaliere: "Sto meglio e lavoro da casa. L'Italia riparte con il governo di unità che ho promosso. Ora tagliamo le tasse"

Silenzio, parla Berlusconi

Presidente Berlusconi, mai come oggi non è domanda di prammatica: come sta? Si sono lette notizie poco veritiere, ma la preoccupazione di tanti italiani è sincera...

«Meglio. Per fortuna sto gradualmente migliorando, tanto è vero che posso darvi quest'intervista. I medici mi hanno finalmente autorizzato a riprendere un minimo di attività, pur senza ancora uscire di casa. La prima cosa che voglio dire a voi e a tutti gli italiani è un grazie dal profondo del cuore per l'attenzione e la partecipazione che ho avvertito intorno a me in questi mesi difficili. La solidarietà e l'affetto che mi sono stati espressi da tanti italiani mi hanno non soltanto commosso, ma mi hanno dato la forza di affrontare una sfida difficile: quella con le conseguenze e le complicanze di un male insidioso e tremendo, lo stesso che ha seminato tanti lutti e tanto dolore in Italia e nel mondo. Un grazie particolare lo devo poi ad Antonio Tajani e a tutti coloro che con lui stanno mandando avanti Forza Italia nel modo migliore, con lealtà e dedizione, consultandosi continuamente con me».

Fra le sfide che le sono toccate, c'è stato appunto anche il Covid. Oggi sembra che il Paese stia uscendo dal tunnel. Si aspettava una sterzata così efficace nella lotta al virus? Merito del cambio al vertice, con il repulisti di contiani come Arcuri?

«Non mi piace personalizzare le questioni. È l'effetto di un cambio di passo del quale sicuramente ha merito il governo di unità nazionale che io per primo ho chiesto e invocato e che senza di noi non si sarebbe mai potuto realizzare. Il Paese aveva bisogno di una soluzione di emergenza di fronte ad una crisi senza precedenti. La svolta c'è stata, sia sul piano sanitario e finalmente se ne vedono i primi effetti sia su quello economico, ma purtroppo la ripresa sarà lunga e difficile. Tuttavia finalmente possiamo vedere un po' di luce in fondo al tunnel».

Draghi è stato molto lodato dai giornali stranieri. Come si evolveranno i rapporti fra Roma e Bruxelles? Sull'immigrazione non sembra che l'atteggiamento sia cambiato...

«Certamente i buoni rapporti stabiliti da Draghi negli anni in Europa gli saranno d'aiuto. Vedete, i rapporti internazionali sono fatti anche di credibilità e di fiducia personale. È quello che io ho fatto per molti anni, cercando di stabilire i migliori rapporti possibili con un grande numero di leader europei e mondiali. Sono rapporti che durano anche oggi e che non ho esitato ad utilizzare per convincere le cancellerie europee ad assumere un atteggiamento generoso e solidale verso l'Italia quando si è trattato di decidere per esempio sul Recovery Plan, il più grande piano di aiuti al nostro Paese dai tempi del Piano Marshall. Sono convinto che anche in materia di immigrazione Draghi saprà usare il metodo Berlusconi: non contrapposizioni muscolari ma, al contrario, rapporti costruttivi sia con i leader europei che con i governi della sponda Sud del Mediterraneo. Facendo così noi eravamo riusciti a ridurre praticamente a zero il flusso di migranti clandestini dall'Africa nel 2010 e 2011».

Rimanendo in tema di politica estera, la preoccupano certe posizioni filocinesi?

«Sono due temi in parte collegati, che certamente mi preoccupano. La Cina sta ponendo in essere la più grave sfida globale all'Occidente, ai nostri valori, al nostro modello di civiltà. Lo fa in nome di un'ideologia comunista totalitaria che si sposa ad un espansionismo economico e commerciale dagli inevitabili risvolti politici. Rispondere alla sfida della Cina è il grande tema di tutto l'Occidente, come lo è stato opporsi all'Unione Sovietica nella seconda metà del XX secolo. È una sfida che possiamo vincere, proprio come abbiamo vinto la Guerra fredda, certo non con l'uso delle armi, ma rispondendo colpo su colpo sia sul piano dei valori sia dei diritti di libertà. In questo senso l'Europa può svolgere la sua parte solo se saprà darsi una vera politica estera e di difesa comune, come da molto tempo stiamo chiedendo. Questo significa dotarsi di un vero e unico strumento militare europeo, naturalmente nell'ambito dell'Alleanza Atlantica».

La preoccupa anche il ritorno della sinistra anti-israeliana?

«Sul tema la mia posizione è ben nota: il premier Netanyahu disse una volta e ne sono fiero che il nostro governo era stato il più amico di Israele nella storia della Repubblica. Israele e il mondo ebraico sono una parte essenziale della nostra identità di europei e di occidentali, lo Stato ebraico è un faro di libertà e di democrazia nel Medio Oriente, difendere Israele significa difendere i nostri stessi valori. Questo non significa ovviamente non coltivare le migliori relazioni con il mondo arabo, né rinunciare a lavorare perché il popolo palestinese possa vedere soddisfatti i suoi diritti e le sue aspirazioni. Gli accordi di Abramo raggiunti nei mesi scorsi fra Israele e molti Paesi del mondo musulmano sono una svolta storica che dimostra come la strada del conflitto in Medio Oriente non sia affatto scontata. Al contrario, esiste una prospettiva di pace fra gli uomini di buona volontà, sia ebrei che arabi. In Italia ci sono frange che non comprendono tutto questo. Non si rendono conto dell'importanza di difendere il nostro modello di civiltà, di società, di libertà. Ci sono sempre state, ma, fortunatamente, ritengo siano minoritarie».

Se nel 1994 le avessero detto che un giorno avrebbe governato con gli eredi del Pci e dei dipietristi, non ci avrebbe creduto. Le fa effetto?

«In effetti è un'anomalia, destinata a durare fino a quando l'emergenza non potrà dirsi davvero superata. Poi la politica tornerà a far emergere le naturali distinzioni. Mi auguro che quando si tornerà alle naturali distinzioni si potrà farlo con il rispetto reciproco doveroso in una democrazia matura».

Finora Forza Italia nella maggioranza sta svolgendo un'opera di mediazione e moderazione, è soddisfatto di quando ottenuto finora dai suoi ministri?

«Assolutamente sì, direi che sono fra i migliori del governo Draghi. La nostra capodelegazione Mariastella Gelmini e gli altri ministri e sottosegretari stanno lavorando con serietà, senza clamori ma con efficacia, per consolidare l'azione dell'esecutivo con le idee e i programmi di Forza Italia. Al tempo stesso, gestiscono con sicura competenza dicasteri decisivi per fare ripartire l'Italia. Per esempio quello del Mezzogiorno affidato a Mara Carfagna».

Salvini ha detto che non si faranno le riforme di fisco e giustizia perché le distanze con la sinistra sono incolmabili. Cosa deve fare questo governo?

«Salvini ha evidenziato una difficoltà che evidentemente esiste: se con la sinistra siamo avversari politici da trent'anni chiaramente ci sono delle questioni di fondo molto importanti che ci dividono. Però questo governo deve fare cose importanti anche in materia di giustizia e di fisco: senza, non si esce dalla crisi. E portare fuori il Paese dalla crisi è il grande compito di questo governo. E poi, senza queste riforme, non si prenderebbero neppure i miliardi del Recovery Plan».

L'economia è la vera sfida dopo il virus. Pensa sia arrivato finalmente il tempo di abbattere burocrazia e assistenzialismo e sostituirli con più lavoro e un fisco che rimetta gli stipendi nelle tasche degli italiani?

«La riforma burocratica è essenziale e il nostro Renato Brunetta se ne sta occupando con la bravura e la passione che tutti gli riconoscono. E la questione fiscale rimane il tema decisivo per il futuro del Paese».

Forza Italia nacque proprio chiedendo «meno tasse per tutti»...

«... e questo è il momento di rilanciare questa grande battaglia. Nei giorni scorsi abbiamo presentato un grande progetto di riforma fiscale, perché se l'Italia esce dall'emergenza sanitaria grazie ai vaccini, non esce dall'emergenza economica se non ripartono l'occupazione e i consumi e se le aziende non tornano a fare utili. Tutto questo non accadrà mai se il 60% della ricchezza prodotta viene incamerato dallo Stato con le tasse. Siamo consapevoli del fatto che con questo governo non potremo realizzare per intero la riforma fiscale che noi vorremmo, con la flat tax ad un'aliquota molto bassa. Però rilanceremo con forza la battaglia sulle tasse anche raccogliendo le firme nei gazebo in tutt'Italia per la nostra proposta di riforma fiscale».

Ci può riassumere questa battaglia?

«È una proposta che tiene conto delle condizioni di fattibilità immediata, nel quadro politico di oggi, non è il nostro obbiettivo finale. Parte dal presupposto che prima di pensare a come ridistribuire la ricchezza, bisogna crearla. Dunque dobbiamo lasciare più denaro possibile nelle tasche di cittadini e imprese. Per questo proponiamo una no tax area fino a 12.000 euro di reddito, una tassazione al 15% fino a 25.000 euro, al 23% fino a 65.000 e al 33% oltre i 65.000. In concreto, per fare degli esempi, chi guadagna 15.000 euro l'anno avrà a disposizione ogni mese 100 euro in più, chi ne guadagna 30.000 avrà ogni mese 235 euro in più, chi ne guadagna 45.000 avrà ogni mese 422 euro in più. Chiediamo inoltre un vero anno bianco fiscale, bloccando le cartelle esattoriali fino alla fine del 2021 e una chiusura realistica del contenzioso pregresso, senza svenare i cittadini in difficoltà. Infine rimangono nei nostri programmi l'abolizione totale dell'Irap e l'estensione della cedolare secca sugli immobili».

Un progetto ambizioso. Pensa che sia realisticamente fattibile?

«Noi siamo gli unici davvero credibili su questo tema. Nessuno dei nostri governi ha mai messo le mani in tasca agli italiani e solo con il nostro governo negli ultimi decenni la pressione fiscale complessiva è scesa sotto il 40%. In ogni caso, c'è un'altra proposta, che lega le mani ad ogni tentazione di spremere gli italiani con le tasse: un tetto massimo alla pressione fiscale, che chiediamo di inserire in Costituzione, così da non poterlo più cambiare».

Intanto Letta insiste su patrimoniale e tassa sull'eredità e sostiene che voi siate difensori del privilegio. Davvero la classe media con una casa e un piccolo patrimonio frutto di anni di lavoro è privilegiata?

«Tutt'altro. Una delle nostre riforme delle quali sono più orgoglioso è l'abolizione della tassa di successione. Fino a quando saremo al governo, nessuna patrimoniale e nessuna tassa sull'eredità potranno essere introdotte. Prima di tutto per una questione di giustizia: patrimoniale e tassa di successione significano tassare per la seconda volta lo stesso patrimonio sul quale le tasse sono già state pagate quando quel patrimonio si è formato. E poi per una questione economica: oggi le tasse dobbiamo diminuirle, non aumentarle. Oggi il problema dell'Italia è ripartire e come diceva Winston Churchill - una nazione che si tassa nella speranza di diventare prospera è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando il manico».

Presidente, perché tante tensioni nel centrodestra alle comunali? È vero che nessuno vuole più fare il sindaco?

«Non ci sono tensioni, c'è un paziente lavoro per individuare i candidati migliori. Non è una gara a chi arriva primo. È vero però che è difficile trovare candidati se li cerchiamo come li vogliamo noi: non mestieranti della politica, ma persone che con la loro storia personale abbiano dimostrato capacità di lavoro, serietà, concretezza, esperienza da mettere al servizio della collettività».

Che ne pensa dell'operazione Brugnaro-Toti?

«Mi ha rattristato, perché fa l'opposto di quello che sarebbe necessario: unire le forze per rilanciare una grande area liberale, cattolica, europeista, garantista, di governo del Paese. Questo è anche per il futuro il ruolo insostituibile di Forza Italia. Tutti i tentativi di frammentazione accaduti finora hanno avuto vita breve e nessuna prospettiva politica. Non capisco perché questa volta dovrebbe essere diverso. Per noi cambia poco, ma mi dispiace che alcuni amici parlamentari di Forza Italia si siano prestati ad una delle tante operazioni di palazzo, senza seguito nel Paese, che non li porterà da nessuna parte».

Fratelli d'Italia all'opposizione sale nei sondaggi e può essere sia un problema sia una risorsa. Come vedrebbe la Meloni premier? C'è l'ipotesi di una federazione tra i partiti di centrodestra al governo?

«Giorgia Meloni è una risorsa importante. In ogni caso il futuro premier, se il centrodestra governerà il Paese, lo sceglieranno come sempre gli elettori, decidendo a quale partito dare più voti. Rimane il fatto che un centrodestra plurale è essenziale. Noi siamo orgogliosi della nostra identità liberale, che ci rende diversi da tutti gli altri, e che vogliamo non solo preservare ma consolidare».

Da liberale, che ne pensa del ddl Zan?

«Da liberale, penso che sia un grave errore, perché non allarga la platea dei diritti e pone una grave questione di libertà. Io sono ovviamente per l'assoluta parità fra tutti i cittadini, che sono portatori di diritti in quanto persone. Ogni distinzione basata sugli stili di vita, sul sesso, sull'orientamento sessuale, sulle opinioni, sull'etnia di appartenenza, sulle convinzioni religiose, sulle disabilità, sulla classe sociale è assolutamente inaccettabile. Per questo le tutele devono riguardare tutti i cittadini, non determinate categorie in particolare. Ma le leggi a questo proposito esistono già e se non bastano possiamo aggravarle e inasprirle. La legge Zan non aggiunge nulla a questa tutela e porta invece con sé un grave rischio: quello di limitare la libertà di opinione. La difesa della famiglia tradizionale proposta come valore, o l'opposizione a pratiche come la maternità surrogata, potrebbero essere definite come atti di discriminazione e quindi diventare perseguibili. Come minimo, si lascia una discrezionalità interpretativa che sarà fonte di un contenzioso infinito e pericoloso. Per questo non la possiamo certamente votare. La nostra senatrice Ronzulli ha presentato un'altra proposta di legge, che affronta il tema della tutela dalle discriminazioni in uno spirito liberale. Quella è la strada da seguire».

Che effetto le ha fatto sentire Michele Santoro dire che «la statura politica, le capacità umane e imprenditoriali di Berlusconi sono fuori discussione» e che «i magistrati hanno iniziato a scannarsi fra loro quando non potevano più prendersela con Berlusconi»?

«Che posso dire? Invecchiando tutti diventano più saggi. E a Santoro non hanno mai fatto difetto né l'intelligenza, né la capacità giornalistica di individuare il punto delle questioni. Questo non toglie nulla alla distanza che ci separa, ovviamente».

Deluso dalla mancata promozione in Serie A del suo Monza? Stadi senza pubblico e SuperLega: si riconosce ancora in questo calcio?

«Direi, al contrario, che per una società neo promossa dalla serie C alla B, sfiorare la serie A già il primo anno è un risultato storico. Il Monza ha fatto bene e farà ancora meglio: il progetto serie A rimane l'obbiettivo della squadra e della società. È stato uno strano campionato, falsato dall'assenza di pubblico. Però voglio fare i complimenti all'Inter, da milanese, per il campionato vinto con un magnifico girone di ritorno e al mio Milan per essere ritornato finalmente in Champions. Per quanto riguarda i nostri competitori in serie B, mi congratulo con l'Empoli, la Salernitana e il Venezia. Quanto alla SuperLega, è un vecchio progetto, che in questo momento ha urtato la sensibilità di molti tifosi. Comunque la si pensi, non è attuale».