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Sostenere Ruffini per scegliere Gentiloni. Così Prodi vuole "vendicarsi" di Schlein

Da tempo regna il gelo tra il Professore e la segretaria Pd. "Romano vuole essere considerato un oracolo, ma lei..."

Sostenere Ruffini per scegliere Gentiloni. Così Prodi vuole "vendicarsi" di Schlein
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Bologna prova a dettare la linea ma non riesce a imporla. Si dispera in silenzio per la postura troppo radicale della segretaria del Pd, Elly Schlein, che ritiene di aver creato qualche anno addietro, come del resto è stato anche con le famose sardine.

Romano Prodi, il professore, l'ultimo ad aver fatto vincere il centrosinistra - correva l'anno 2006 - soffre nel vedere il suo campo di riferimento nelle mani di Giuseppe Conte. Domani si celebra il trentesimo compleanno della prima vittoria dei progressisti in Italia, era il 1996 e il frontman della coalizione era sempre lui, l'ex presidente dell'Iri. Non a caso afferma in un'intervista alla Stampa: "La storia non si ripete e tuttavia oggi si ripropone la stessa urgenza: una coalizione capace, come fece l'Ulivo, di suscitare un'ondata popolare di partecipazione".

È una primavera complicata per il patriarca del centrosinistra. Che oramai non riesce a comprendere la linea di Elly. Ad eccezione della solidarietà della segretaria del Pd a Giorgia Meloni dopo l'attacco di Trump ("Ha fatto bene Schlein ad esprimere un sentimento di orgoglio nazionale"), non c'è traccia di altro apprezzamento nei confronti della segretaria.

Il canale telefonico tra il professore ed "Elly" sembra essersi interrotto. Schlein non compone il numero di cellulare del professore, figurarsi andare nella sua casa per una colazione.

Tutto questo è stato rottamato dalla numero uno del Nazareno che ha deciso di disconoscere il codice Prodi. Una fonte molto autorevole spiega al Giornale in cosa consisterebbe: "Romano vuole essere considerato come un oracolo, vuole essere lui a dettare il gioco. Schlein ha commesso il grande errore di non fare le tre telefonate a settimana che altri hanno fatto per anni". Il gelo è calato e appare difficile che le parti possano tornare a dialogare. La visione politica del professore diverge da quella della segreteria. Solo due settimana fa, ospite a Start su SkyTg24, l'ex premier analizzava così il dibattito interno al centrosinistra: "Se continua così tutte sono le persone giuste per perdere perché una gara fatta oggi di questo tipo vuol dire litigare e lasciare spazio ai cinque gol della Bosnia. Che si cominci a discutere di politica e a fare proposte. Ora lo dicono tutti: prima il programma e poi decidiamo chi sarà il leader e poi le primarie". E ancora ieri dalle colonne del quotidiano di Torino: "Si tracci un programma riformista e poi su quello si valuti chi sia il più adatto ad attuarlo. Con questo metodo le primarie si dimostreranno una cosa seria".

E se le primarie non ci sono ancora, ci sarebbe un ulteriore dettaglio che viene svelato nei dietro le quinte da chi conosce il pensiero dell'ex presidente Commissione europea: "La verità di fondo - osserva un parlamentare - è che per Prodi il Pd non esiste. Vi dirò di più: lo considera morto. Nella sua testa il partito non è mai nato, lui è rimasto legato alla storia dell'Ulivo. Ed è la ragione per cui pensa che sia necessario fare qualcosa fuori".

Guarda fuori, al cattolicesimo democratico di Ernesto Maria Ruffini, figlio di Attilio ministro della Dc, oggi alla guida di un movimento "Più Uno" che ha una sua capillarità nello Stivale. Ha un occhio di riguardo nei confronti dell'ex capo dell'Agenzia delle Entrate con cui c'è una corrispondenza costante di contenuti e di visione, corroborata da incontri nella casa di Bologna del professore.

Prodi si confronta con Ruffini, ne apprezza lo stile e l'analisi politica. E più di un anno fa, ospite da Lilli Gruber su La7, ne ha anche tessuto le lodi: "È un uomo di qualità". E poi ancora: gioca di sponda con Graziano Delrio, altro estimatore di Ruffini, dialoga con il cardinale Matteo Zuppi, colloquia con Pier Ferdinando Casini grazie anche alla comune bolognesità, non perdendo di vista la sua idea di coalizione: un centrosinistra equilibrato al centro, dunque assai differente al modello schleiniano che della radicalità ne ha fatto un fondamento. Ed è una delle ragioni per cui si sono raffreddati i rapporti con Arturo Parisi. "Arturo - confida chi conosce entrambi - è meno rotondo, più radicale".

Insomma il professore fa e disfa ma alla fine di tutto l'importante è che sia lui a dare le carte. E se Ruffini - che è il suo piano A - non sembra aver sfondato, confidano che abbia una carta coperta che al momento ancora non svela. Di certo per non bruciarla.

Un profilo che secondo diverse fonti potrebbe rimandare a Paolo Gentiloni, che è

già stato presidente del Consiglio e anche vicepresidente della Commissione Ue. Un curriculum quasi speculare a quello del professore. Per di più - e di sicuro non guasta - la loro linea telefonica non si è mai interrotta.

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