Giri fra sale e salette e non trovi un centimetro quadrato libero. Personaggi famosi e sbiaditi, signore ingioiellate e infervorate. Magistrati e avvocati, capelli bianchi e tanti giovani. Ma da dove è sbucata tutta questa folla che riempie all'inverosimile il Franco Parenti, uno dei teatri storici della metropoli? Per certi versi sembra di stare dentro un happening della sinistra anni Settanta, però lo specchio guarda da un'altra parte e cattura un popolo che fino a ieri nemmeno sapeva di esistere. Le spille verdi e le grida sono per il sì, sì al referendum sulla separazione delle carriere che incombe fra meno di due settimane.
La regia è di Fratelli d'Italia ma la partecipazione e gli applausi non si misurano con le tessere di partito "Questi cambiamenti - spiega Sabino Cassese, uno de più autorevoli giuristi italiani - non fanno fare un passo indietro, ma un passo in avanti all'indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri, ne riconoscono il ruolo. Il referendum va nella giusta direzione".
Parole che anche solo dieci o quindici anni fa sarebbero parse fuori canone e accolte con scherno dal sinedrio del pensiero dominante. E invece il pendolo si è spostato e le ragioni del sì vengono allo scoperto e si accavallano, e l'elaborazione intellettuale è uscita dalle catacombe e ha trovato cittadinanza. C'è una consapevolezza che prima non c'era. E ciascuno dei tantissimi relatori la declina a modo suo, con interventi velocissimi come un telegramma. I più duri sono proprio i magistrati per il sì. Annalisa Imparato, pm a Santa Maria Capua Vetere, graa senza tanti giri di parole: "Alcuni miei illustri colleghi che si spendono per il No frequentavano gli stessi tetti romani di Palamara. Hanno detto di aver avviato tante azioni disciplinari ma ancora oggi i vertici delle procure e tante altre poltrone eccellenti sono appannaggio delle correnti e delle loro intese".
Insomma, c'è una nuova generazione di magistrati che, comunque la si pensi, non ne vuol più sapere dei vecchi equilibri che rispondono a logiche non più riconosciute. E pensa che questa sia l'occasione giusta per cambiare. E per far sloggiare la politica in toga dai palazzi di giustizia. "I politici una volta tanto hanno fatto quel che avevano promesso nel loro programma e hanno approvato la riforma - arringa Alessandro Sallusti, frontman del Sì - ora fate il favore di andare a votare, perché oggi il boccino è nelle mani dei cittadini". Le sale non bastano per accogliere tutti quelli che entrano a ondate in un lungo pomeriggio. E intanto gli interventi volanti, in simultanea come nei grandi tornei di scacchi, si susseguono a ritmo forsennato, fra battimani, strette di mani e un frastuono di fondo che segnala la curiosità e la voracità dei tanti che buttano lontano lo zaino della sudditanza culturale. E sentono di essere dentro un grande presepe dove nasce qualcosa che aspettavano da troppo tempo.
"In questi giorni il processo inquisitorio provano a farlo agli italiani, ci sono tentativi continui di intimidazione - spiega il direttore del Giornale Tommaso Cerno - ma questa riforma interpreta lo spirito dei padri costituenti e ci libera finalmente dalle scorie del fascismo".
Il contrario esatto di quel che il politically correct ripete come un mantra da trent'anni. "Ed è illuminante - prosegue Filippo Facci interpretando il pentagramma della giornata - che tutto questo succeda a Milano dove tutto era cominciato con l'ubriacatura di Mani pulite e l'illusione che la magistratura potesse cambiare il mondo". Invece è l'architettura giudiziaria che deve essere rifatta. Sul palco, anzi sui palchi, si alternano anche le vittime di errori clamorosi, poi talvolta assolte e pure risarcite, e descrivono quel clima particolare, quello per dirla con Gabriele Barberis del Giornale, "delle quattro del mattino, quando le persone perbene vengono sorprese e ammanettate per poi essere magari riconosciute innocenti dopo anni e anni".
Ci sono Ignazio La Russa e il ministro Francesco Lollobrigida, bersagliato dai flash, e poi Luigi Marattin, leader dei liberal-democratici, non certo a destra, che non fa sconti: "Il giudice deve applicare, non scrivere la legge".
Infine Carlo Nordio che tocca l'urgenza per la collettività dell'intervento svolto: "Ci sono maree di situazioni, di errori gravi, inescusabili da parte di magistrati che rimangono impuniti perché la giurisdizione è domestica". Dove quel domestica è una requisitoria di una parola contro la corporazione e un invito agli italiani a non sprecare questa opportunità. Trent'anni e più dopo Mani pulite siamo, forse, all'inizio di un nuovo ciclo.