Il nodo dell'immigrazione incontrollata e del clima di insicurezza è fortemente complesso da sciogliere per un Esecutivo, per quanto determinato esso possa essere, se dall'altra parte ci si deve continuamente scontrare con giudici politicizzati e ideologicamente orientati. Quello del contrasto all'immigrazione clandestina è uno dei pilastri del Governo, come la stessa Premier Giorgia Meloni ha ribadito ieri in aula al Senato: "L'Europa dice chiaramente, nero su bianco, che il governo italiano ha tutto il diritto di far funzionare i centri in Albania, perché il meccanismo che abbiamo messo a punto è in linea con il diritto internazionale ed europeo, anche se temo che per alcuni non basterà neanche questo e non cesseranno le ordinanze di revoca dei trasferimenti in Albania".
E, infatti, le problematiche non sono certo cessate: poche ore dopo le parole del Presidente del Consiglio, la Corte d'Appello di Roma è tornata a pronunciarsi sul meccanismo dei trasferimenti in Albania previsto dal protocollo siglato dal governo italiano con Tirana. E lo ha fatto con tre dispositivi emessi a febbraio che riguardano altrettanti cittadini marocchini (su cui gravava un decreto di espulsione) richiedenti "protezione internazionale", per i quali è stato disposto il trattenimento nel Cpr di Gjader. Nel provvedimento si legge che "la richiesta di convalida del trattenimento non avrebbe potuto essere pronunciata dubitando questa Corte di Appello della legittimità della disciplina del Protocollo Italia-Albania e della conseguente legge di ratifica, di cui si invoca l'applicazione, per effetto del recentissimo rinvio pregiudiziale sollevato da questa Corte di Appello il 5 e il 17 novembre scorso alla Corte di Giustizia dell'Unione europea".
Una questione che, nonostante il crescente aumento dei reati commessi in Italia per mano di stranieri, soprattutto contro la persona, sembra non far indietreggiare minimamente alcune toghe, che si ostinano a stare dalla parte di chi, come Il Giornale ha dettagliatamente scritto ieri (la prima pagina in foto), ha una sfilza di precedenti che oscillano tra violenza di gruppo, stupro, pedofilia. Ma anche rapina impropria, furto aggravato, sequestro di persona, estorsione aggravata, lesioni personali, resistenza a pubblico ufficiale, invasione di terreni o edifici, stalking e guida sotto l'effetto di alcol o stupefacenti.
La strategia è chiara: richiedere la protezione sostenendo che il proprio non sia un Paese sicuro, avendo spesso l'avallo di giudici compiacenti. Ma la quasi totalità degli immigrati che hanno commesso reati, una volta tornati in libertà, ricommettono lo stesso illecito. E a pagarne le spese sono i cittadini, vittime di questioni ideologiche che contrastano apertamente con la garanzia della sicurezza.
Anche sul fronte dei Paesi sicuri, comunque, si è a lungo dibattuto. Località che certe toghe consideravano a rischio, sono state invece inserite nella lista dell'Unione Europea, adottata formalmente dal Consiglio dell'Ue. Un elemento che permette a ogni stato di combattere l'immigrazione clandestina, colpire il business dei trafficanti di esseri umani e governare i flussi migratori in modo ordinato.
Il nodo resta, però, sempre quello giuridico: dove inizia ma, soprattutto, quando finisce il potere di un magistrato? E, poi, quanto può andare avanti questo scontro con il Governo? Se la riforma della giustizia non si dovesse concretizzare ci saranno sempre meno magistrati liberi di criticare le correnti, e sempre più elementi che faranno del potere giudiziario uno strumento di ulteriore onnipotenza.