Il deragliamento del tram della linea 9 in viale Vittorio Veneto, venerdì 27 febbraio, ha lasciato due morti Ferdinando Favia, 59 anni, e Johnson Okon Lucky, 49enne di origini nigeriane oltre a una cinquantina di feriti. Il conducente, Pietro M., 60 anni con 34 di servizio in Atm e un curriculum professionale impeccabile, è indagato per disastro ferroviario colposo, omicidio colposo e lesioni plurime. La Procura, coordinata dalla pm Elisa Calanducci, ha sequestrato black box, registrazioni radio, cellulare e documenti Atm. Le perizie sono in corso, ma la ricostruzione che emerge dalle indagini e dalle prime acquisizioni punta con forza verso l'errore umano.
Secondo quanto fatto trapelare dallo stesso tranviere infatti avrebbe accusato un disagio fisico già prima di partire per il turno. Non un malore fulmineo durante la corsa, com'è emerso fino a ora, ma un malessere che lo accompagnava da quando è salito a bordo. Dolore crescente forse partito da un trauma minore al piede, come riferito in ospedale, forse da altro che lo avrebbe spinto a voler chiudere il prima possibile la giornata. Invece di fermarsi o segnalare il problema con decisione l'uomo, probabilmente sicuro di farcela a terminare il percorso fino al capolinea, avrebbe accelerato per anticipare il rientro in rimessa. Quella scelta, in un tratto urbano con curva e scambio, si è rivelata decisiva.
La dinamica è nota: il tram, un Tramlink di ultima generazione, arriva alla fermata senza fermarsi del tutto, mantiene una velocità elevata (superiore ai limiti del tratto), non aziona lo scambio per proseguire diritto e devia a sinistra. Il deragliamento segue immediato: il mezzo esce dai binari, urta un platano, sbanda e termina contro la vetrina di un palazzo. I due passeggeri sbalzati fuori non hanno scampo.
Il conducente in ospedale ha parlato di un "dolore alla gamba, poi tutto nero" e di un mancamento improvviso. Versione confermata da referti medici (sincope vasovagale, trauma cranico lieve, prognosi 10 giorni) e test negativi su alcol e droghe. Ma le sue confidenze aggiunte alle comunicazioni radio con la centrale Atm nelle quali emergerebbe un "male, male" poco prima suggeriscono che il disagio non fosse proprio imprevedibile. E che la reazione sia stata quella di spingere sull'acceleratore, forse per "finire presto".
La Procura, almeno formalmente, non sembra privilegiare piste particolari per il momento: black box e analisi cinematica chiariranno se il sistema frenante "uomo morto" ha funzionato o no, mentre sarebbe già stata completamente scartato l'ipotesi del blackout delle telecamere; gli investigatori della Polizia locale stanno analizzando i tabulati telefonici (chiamate, sms, dati traffico) e la copia forense dello smartphone. L'errore umano però appare l'elemento più concreto: negligenza, imprudenza, omissione di regolare la velocità, mancato azionamento dello scambio. Non un guasto catastrofico al mezzo che comunque resta sotto verifica ma un domino di valutazioni sbagliate da parte di un professionista esperto, in un momento di salute precaria e difficoltà concreta.
Atm ha già erogato un primo indennizzo di 5mila euro a persona coinvolta e ha espresso profondo cordoglio.
Resta il nodo giudiziario: se confermata la pista del malessere preesistente e dalla conseguente "fretta" di rientrare, si apriranno riflessioni pesanti su controlli medici pre-turno, protocolli di segnalazione e gestione della fatica. Perché un conducente che non sta bene dovrebbe comunicarlo subito e soprattuto non dovrebbe mai partire con 200 persone a bordo.