Come se fosse niente: la rivista di Magistratura democratica ha teorizzato la violazione di una legge dello Stato e ha discolpato dei medici che sono stati indagati da una giudice che non è di Magistratura democratica. Questo a due giorni da un referendum sulla Giustizia che si occupa anche di politicizzazione delle toghe e annesse correnti corporative. Facciamo un riassuntino: nella rossa Ravenna otto medici sono indagati perché avrebbero certificato falsamente che vari immigrati non erano idonei per i Cpr (Centri per il rimpatrio) e la giudice in questione ha pure disposto delle interdizioni dalla professione per tre di questi medici e un divieto di occuparsi delle certificazioni per altri cinque; ci sono delle intercettazioni telefoniche e, nelle motivazioni, si legge che i medici contestano ideologicamente la gestione governativa dell'immigrazione clandestina e insomma ci sono atti, indagini, misure cautelari e mica chiacchiere.
In altre parole: abbiamo un'opposizione militante travestita da cultura giuridica; l'articolo giunge a sostenere una "campagna di presa di coscienza" per invitare i medici "a non rilasciare più" le certificazioni per far entrare i clandestini nei Cpr, e attenzione: "Finché le condizioni non cambiano, nessuno dovrebbe essere giudicato idoneo". Ergo: un'attività prevista dalla legge andrebbe svuotata dall'interno perché la legge non piace a Magistratura democratica.
Che cosa aggiungere? Qui non c'entra il dissenso o la libertà di critica: si teorizza che un apparato pubblico possa scegliere quali norme applicare e quali invece sabotare.
Una corrente della magistratura ostile al Governo usa la propria rivista ("Questione Giustizia") per legittimare la resistenza alle leggi e per delegittimare, indirettamente, persino una collega magistrato che quelle condotte ha ritenuto gravi. Non è eversione in senso penale, ma come spirito istituzionale ci andiamo vicino.