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Da Trump alla guerra, bombe sul referendum

La sondaggista Ghisleri: "Peserà sull'esito". E il governo punta a rassicurare il suo elettorato

Da Trump alla guerra, bombe sul referendum
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Un referendum sotto le bombe. Un'atmosfera surreale aleggia sui cinque giorni che ci separano dal duello rusticano in cui si è trasformato il referendum sulla giustizia: ci sono argomenti che con i quesiti non c'entrano nulla dalla guerra Usa-Israele-Iran al rapporto con Trump, dalle conseguenze economiche del conflitto all'invadenza russa sulla penisola testimoniata dal lavorio dell'ambasciata di Mosca su alcuni esponenti di governo (vedi il vice-ministro Cirielli) e sullo stravagante "drone russo-iraniano" in carne ossa che svolazza sulla Biennale di Venezia dopo che il Cremlino ha deciso di rimettere in piedi il suo padiglione; temi, appunto, che non hanno nulla a che vedere con l'appuntamento di domenica prossima ma che rischiano, tanto o poco, di condizionarlo. "La guerra e le sue conseguenze peseranno non poco - ammette Alessandra Ghisleri dall'alto della sua esperienza - sul referendum".

Soprattutto The Donald rischia di trasformarsi per la maggioranza di centro-destra da risorsa in handicap addirittura elettorale. Non per nulla l'equidistanza che una volta caratterizzava la posizione del governo italiano tra Washington e Bruxelles (il famoso ruolo di "ponte") sta lasciando il posto ad una maggiore assonanza con la linea di Berlino, Parigi e Londra: Trump sta facendo diventare europeista pure la Meloni. Se tiepida o convinta si vedrà.

Ieri, infatti, anche il governo di Roma - sia pure con parole meno nette di quelle usate dal cancelliere Merz - ha detto "no" al tentativo di Trump di coinvolgere altri paesi nella difesa dei convogli mercantili che attraversano lo stretto di Hormuz dagli attacchi iraniani.

Insomma, non è più scabroso rispondere con un "no" a The Donald. Anche perché i maggiori problemi per il governo nella campagna referendaria, sia pure indirettamente, stanno arrivando da Oltreoceano: lo scenario di guerra non aiuta anzi distrae l'elettorato e l'inevitabile aumento dei carburanti lo fa arrabbiare. "In realtà - spiega Francesco Filini frequentatore assiduo delle stanze di Palazzo Chigi - la postura del governo sulla guerra non è cambiata: abbiamo stigmatizzato l'intervento perché violava il diritto internazionale e la posizione su Hormuz ne è la conseguenza. Certo la sinistra strumentalizzerà questi temi che non c'entrano nulla con il referendum, ma ho la sensazione che alimentino solo la bolla mediatica in favore del No senza avere seguito sui territori".

Questa è la scommessa. La premier alle persone che l'hanno incontrata in questi giorni è apparsa fiduciosa sul risultato referendario: "Non sono preoccupata, ce la dovremmo fare". Solo che in questa volata finale dovrà intervenire non solo sul tema dei referendum che una campagna folle e radicalizzata da entrambe le parti, costellata di autogol reciproci, ha reso confuso e per alcuni versi distante, ma soprattutto dovrà essere rassicurante e convincente sullo scenario di guerra che sta catalizzando l'attenzione dell'opinione pubblica. Potrà sembrare paradossale ma il voto di domenica si giocherà più sul conflitto e le sue conseguenze che non sui quesiti del referendum. Con Trump che capeggia ogni giorno sui giornali, citando addirittura Mao nei suoi attacchi agli iraniani ("sono una Tigre di carta"), in questa commedia dell'assurdo involontariamente il vero motore della campagna del "No" è il Presidente Usa e le sue congetture che fanno rabbrividire i consumatori italiani. "Secondo voi - chiede la Ghisleri - l'immaginario collettivo è colpito più da quesiti che sembrano scritti in ostrogoto, o dal prezzo della benzina che ogni giorno aumenta alla pompa?!".

La Meloni, quindi, dovrà rassicurare, tranquillizzare, rincuorare gli elettori su questi argomenti. Questioni che sia pure lentamente, senza scossoni, la porteranno a modificare il suo giudizio sull'amico Trump.

Il "no" di ieri su Hormuz come quello sull'annessione della Groenlandia o la difesa dei soldati italiani dal giudizio impietoso - per alcuni versi folle - del presidente Usa, sono le premesse di una parabola che la porteranno pur difendendo l'importanza inalienabile dell'Alleanza Atlantica a staccarsi - per non farsi male - dalla parabola declinante di The Donald.

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