Il ventennale vizio delle toghe: fare opposizione preventiva alle politiche sui migranti. Ma ora l'aria sta cambiando

L'anomalia dei magistrati italiani: anticipare le direttive europee per invalidare le leggi

Il ventennale vizio delle toghe: fare opposizione preventiva alle politiche sui migranti. Ma ora l'aria sta cambiando
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C'è da capire perché Giorgia Meloni si è scagliata contro ogni "giudice, politico o burocrate" che voglia impedire al governo "di far rispettare le leggi sull'immigrazione illegale". Annotiamo che il presidente dell'Anm, Cesare Parodi, intanto ha risposto che "i magistrati applicano le leggi" e che "le recenti decisioni della Corte europea ne confermano la correttezza". E annotiamo che nel giugno 2011, sempre in tema di immigrazione, anche l'allora segretario dell'Amn Giuseppe Cascini disse che "la legislazione è in contrasto coi principi europei" e addirittura che "il governo non sa fare le leggi". La posizione della magistratura insomma non pare cambiata, ma questo non significa che non siano cambiate molte altre cose.

Torniamo ad allora. Nel giugno 2011 il governo Berlusconi IV doveva gestire la crisi legata alla primavera araba e gli arrivi da Tunisia e Libia; la Lega, in particolare, sosteneva che la magistratura smontasse i decreti sicurezza e appunto i provvedimenti sull'immigrazione. Una prima differenza sostanziale, però, è che ai tempi l'Europa aveva in effetti smontato (nel senso: già smontato) alcune leggi italiane sull'immigrazione: la Corte di Giustizia e la Corte dei diritti dell'uomo (Cedu) se l'erano presa col reato di clandestinità introdotto dal "pacchetto sicurezza" (2009) e con alcune disposizioni della vecchia Bossi-Fini; nell'aprile 2011, infatti, la Corte di Giustizia aveva stabilito che il reato di soggiorno irregolare violava la direttiva sui rimpatri, e la Cedu, a sua volta, aveva condannato l'Italia per i respingimenti verso la Libia. Molte di quelle norme, col tempo, furono perciò attenuate o svuotate: il reato di clandestinità oggi è marginale, mentre certi respingimenti non sono più stati ripetuti. Certi "anti-europeismi" in qualche modo c'erano, e l'Italia fu costretta a correggere le sue prassi migratorie.

Ma oggi le cose sono decisamente cambiate. I giudici italiani, in pratica, si sono auto-affidati un ruolo di freno motore ogni volta che la politica cerca di avviarlo, il motore: il governo, cioè, costruisce le sue norme sull'immigrazione, ma la giurisdizione (i giudici) intervengono anche prima di eventuali ammonimenti dell'Unione europea. L'effetto, perciò, è quello di un'opposizione preventiva che prosegue da 1520 anni: da una parte la politica prova a allungare il guinzaglio, dall'altra può capitare che le Corti europee lo accorcino, sì, in ogni caso la nostra magistratura lo tiene perennemente teso. In nessun'altra nazione europea c'è questa tensione perenne: in Germania, Francia e Spagna i giudici applicano il diritto europeo quando necessario, non si ergono a onnipresenti gendarmi e custodi; il loro approccio è più restrittivo e, oseremmo dire, più deferente verso chi fa le leggi. In Italia è l'opposto: ogni interpretazione diventa estensiva e trasforma il giudice in un attore politico surrogato. Gli stessi giudici (alcuni) si muovono come dei parlamentari-ombra che non propongono le leggi, ma ne delimitano subito la portata, prima ancora che a farlo sia la Corte europea o Costituzionale. È come se, per dirla male, nel dialogo tra Esecutivo e Corti Ue la nostra magistratura si fosse sentita tagliata fuori, e dunque, si fosse fatta interprete del diritto comunitario più di quanto le competa. Così, se il governo cerca di rispettare l'Europa senza tuttavia farsi dettare la linea, a pretendere di dettarla provvedono le nostre toghe, o alcune di esse: loro non aspettano la Corte di Giustizia o la Consulta, si muovono subito, leggono le direttive, anticipano l'orientamento, invalidano le norme votate dal Parlamento. È un'usurpazione di fatto: perché, su un piano sostanziale e politico, privano un governo della possibilità di sperimentare le proprie scelte, e anticipano bocciature che magari le corti europee non avrebbero neppure mai formalizzato.

È così che la spiegheremmo a uno straniero: anche aggiungendo che la Costituzione italiana, naturalmente, non prevede niente nel genere.

La Costituzione non dice che la magistratura debba essere un contrappeso politico: anche se, ormai, pare un'abitudine, una cultura, un auto-mandato, un'anomalia che ha sostituito la politica e che la politica non ha mai avuto il coraggio di rimettere al suo posto. Sino a oggi.

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