C'è un momento, girando per la mostra internazionale, in cui ci si accorge che la sorpresa è esclusa per principio. Non perché le opere deludano, anzi, la esposizione si guarda con piacere. Però manca la sfida. I curatori hanno stabilito in anticipo chi sono i colpevoli e chi le vittime, chi possiede voce autentica e chi no. In Minor Keys nasce da un lutto: Koyo Kouoh, curatrice camerunense-svizzera designata per la 61ª Esposizione internazionale, è morta nel maggio 2025, prima di vedere realizzato il progetto, portato a termine dal suo team. Il tema è l'incontro tra culture, la dignità dei popoli emarginati dal pregiudizio occidentale. La mostra si concentra soprattutto su Africa e Sudamerica. L'Occidente è convocato quasi esclusivamente come imputato. Gli artisti occidentali sono accomunati dall'aver voltato le spalle alla propria tradizione: chi si è avvicinato alle culture native americane, chi ha fondato comunità su terreni considerati sacri dagli indigeni, chi ha percorso le vie del sufismo. La loro presenza è una forma di autopunizione culturale, esibita come virtù. Una mostra, dedicata alle identità che resistono all'omologazione globale, è allestita da un team che vive tra Dakar, Città del Capo, Parigi e New York, seleziona artisti il cui curriculum passa per le fiere internazionali, i residency program, le gallerie di Chelsea. La macchina denunciata quella del colonialismo prima, della globalizzazione liberista poi è esattamente la macchina che la produce e la distribuisce. Niente di strano: la mostra è in continuità con le ultime Biennali e con quello che si vede da vent'anni nelle esposizioni internazionali. È la normalità. Le idee giuste, spesso conformiste, campeggiano ovunque, grandi e rassicuranti come striscioni.
Non mancano le urgenze del momento: la violenza contro gli immigrati negli Stati Uniti, l'ulivo per Gaza. Temi reali, dolore reale. Ma quando l'urgenza è selezionata secondo un catalogo ideologico, smette di interrogare e comincia a predicare.