C'è un momento, in televisione, in cui la finzione si inceppa. Qualcosa va storto e all'improvviso lo spettatore vede quello che non avrebbe dovuto vedere: il meccanismo. Il patto con il pubblico, quel silenzioso accordo per cui tutti fingono di credere a ciò che vedono, si rompe in un istante. E in quell'istante la televisione mostra la sua natura artificiale. Enrica Bonaccorti, a Non è la Rai, nel 1991, smascherò un gioco telefonico truccato. La partecipante diede la risposta ancora prima che la conduttrice avesse fatto la domanda. La Bonaccorti non fece finta di nulla e denunciò l'inganno in diretta. La televisione vive il paradosso della spontaneità fabbricata. I talk show costruiscono con cura l'impressione dell'improvvisazione; i reality selezionano, montano, orchestrano ciò che deve sembrare casuale; i telegiornali recitano la neutralità con la stessa disciplina con cui un attore recita un personaggio. Non è cinismo dirlo: è la grammatica del mezzo. La telecamera trasforma ogni cosa in spettacolo, e lo spettacolo richiede quasi sempre una regia accorta. Si recita a soggetto, ma fino a un certo punto, proprio come facevano gli attori teatrali con il canovaccio. Il problema e talvolta il divertimento nascono quando questa grammatica viene esposta. Quando l'ospite in studio rivela di aver ricevuto le domande in anticipo. Quando il conduttore, credendo i microfoni spenti, commenta con sarcasmo l'intervistato appena congedato. In quei momenti il pubblico ride, si scandalizza, commenta sui social. Ma soprattutto capisce che, di solito, il formato vince sul reale. La televisione non è più l'unico schermo nella vita degli italiani.
Eppure continua a esercitare una presa straordinaria, proprio perché resta il luogo in cui le maschere sono più elaborate, credibili e divertenti. Proprio per questo, la loro caduta è più fragorosa. Ogni volta che qualcosa manda la diretta in tilt, lo schermo diventa finalmente trasparente. E in quella trasparenza si intravede, per un istante, qualcosa di vero.