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Ma quanto era filosofo quel Severino giornalista

Sui quotidiani comunismo, fede, eutanasia, aborto. E l'articolo preveggente sulla strage di Brescia

Ma quanto era filosofo quel Severino giornalista
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Per chi si ponesse ancora l'oziosa domanda sull'utilità della filosofia, un buon antidoto può essere questo Emanuele Severino giornalista scritto da Paolo Barbieri per i tipi Scholé (pp 216, 20 euro), di cui si converserà questa sera alla Casa della Cultura. Un inossidabile filo d'acciaio teso tra la "struttura originaria" e la strage di Brescia che dimostra come una mente illuminata ci possa condurre tra le brume del quotidiano. Certo, parliamo di un pensatore assoluto, ma la sua lezione è di quelle che lasciano il segno. E per questo va ringraziato Barbieri, a sua volta giornalista di formazione filosofica e fondatore della rivista "Qui Libri" e dell'Associazione Emanuele Severino, che ha già pubblicato Intelligenza artificiale e ingegno (Book Time 2023). E quindi, non a caso, nella sua Introduzione a questa ultima fatica, mette come cardine la differenza tra doxa (opinione) e logos (pensiero). Lasciando intuire quanto quella differenza marcata dalla sapienza presocratica e dalla successiva teoresi, sia importante proprio per chi è costretto a vivere in questi tempi di realtà artificiali che si spacciano per il vero. E del resto a chi gli chiedeva a cosa credesse, fu Severino a rispondere che "in cosa io creda ha poca importanza". Aggiungendo, citando Eraclito, quanto sia "necessario dare ascolto al logos, ossia alla manifestazione della verità del Tutto".

Passeggiate da filosofi nell'iperuranio, dirà qualcuno a cui per ricredersi farebbe bene leggere l'articolo sulla strage di Pazza della Loggia, il primo scritto per Bresciaoggi anticipando di oltre 40 anni la lettura di uno degli eventi più reali e drammatici della nostra storia repubblicana. Così come nei cinquecento interventi sul Corriere della Sera, Severino parla di politica nazionale ed europea, guerra, terrorismo e temi etici come l'aborto e l'eutanasia. Di qui i nove capitoli in cui è diviso il libro, tra i quali uno è interamente dedicato agli Anni di piombo e dove, dialogando con Indro Montanelli e Pier Paolo Pasolini, attribuisce agli intellettuali la colpa della violenza terroristica. Altro capitolo è "Capitalismo, comunismo e cristianesimo", temi di una riflessione che lascia la riflessione spesso così oscura del ritorno a Parmenide e mette a disposizione di tutti, in una prosa ben più comprensibile, quel suo spirito critico così fuori dal comune. "Al capitalismo - scriveva Severino nel 2011 - la Chiesa riconosce il merito di essere un sistema di produzione della ricchezza ben più efficace di quello costituito dall'economia pianificata, tentato dall'Unione sovietica. Ma la Chiesa mette anche in guardia il capitalismo: dicendogli che la produzione della ricchezza deve avere come scopo ultimo il bene comune". Limpido e definitivo. Perché "nella parola greca sophìa - assicura - risuona il senso della parola saphè: chiaro, luminoso e quindi sicuro". In un pugno di parole, più di un manuale: non solo di filosofia, ma di giornalismo. Di cui oggi (di filosofia e di giornalismo), c'è così tanto bisogno. Magari ritornando ai suoi maestri: Parmenide, Eschilo, Leopardi (sì, Eschilo e Leopardi filosofi), Nietzsche, Gentile e Heidegger.

"Emanuele Severino

giornalista" di Paolo Barbieri, oggi alle 18, Casa della cultura, via Borgogna 3. Con l'autore Ilario Bertoletti, Salvatore Natoli e Ferruccio Capelli. Diretta streaming sul sito www,casadellacutura.it, su You tube e Facebook.

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