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Bisogna aver coraggio per riuscire ad incarnare la bella favola del "Brutto anatroccolo"

Scopo del confessionale è proprio quello di aiutare le persone a dire "nonostante il mio inverno, nonostante il gelo dei miei limiti, nonostante il grigio delle mie fatiche, ho nel cuore la primavera"

Bisogna aver coraggio per riuscire ad incarnare la bella favola del "Brutto anatroccolo"
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«Ho solo una cosa da dirle: sono un brutto uomo». Quando in confessionale un prete si trova espressioni così sintetiche resta spiazzato.
Dietro e dentro quella manciata di parole c’è un mondo da scoprire e da attraversare in punta di piedi. Cosa fare? Mettersi a fare domande imbarazzanti tipo cel’ho cel’ho manca? Seguire una griglia di peccati classici con risposte a crocetta: molto, poco, per nulla? Fare silenzio e mettersi in ascolto? E se non dice nulla perché quella per lui è la sua verità condensata?
Per aprire un dialogo di verità rilancio in modo provocatorio: «Un brutto uomo o un brutto anatroccolo? Spero per lei e le auguro di cuore, anzi prego proprio Dio, che lei sia somigliante al brutto anatroccolo». Ve la ricordate la storia? Spesso ci si ricorda solo il traguardo finale: il brutto anatroccolo diventa splendido cigno dopo aver sofferto umiliazione, frustrazione, solitudine. È facile teorizzare che il proprio valore non dipende dall’approvazione degli altri. Viverlo però è difficilissimo. Tutti lo possono dire: quante speranze deluse! Quante attese mancate! Mi chiedo. Il brutto anatroccolo diventato bel cigno, sa davvero vivere per se stesso senza dipendere dagli altri? Siamo sicuri che dopo la trasformazione poi sia stato bene?
Le anatre non lo vogliono più, si sentono tradite. I cigni tengono le distanze: è come loro, ma non uno di loro. Altri animali lo criticano incartandosi nel dibattito transgender. Lui, bello e dannato, si trova solo. E visse infelice e scontento. Quante volte ci sentiamo così. Crediamo alle favole e, nonostante tanto impegno, ci sentiamo incompresi. Quante sofferenze schiacciate dietro tanti «sto bene». Quante ferite nascoste sotto i sorrisi tirati del «tutto ok». Quante lacrime deglutite in un «non fa niente, non importa». Per il brutto anatroccolo o bel cigno - e lo stesso per noi - c’è bisogno di un cambio di prospettiva, di un’inversione a U, di “conversione” come tanto si ripete in Quaresima. Non è questione di aspetto o di gesti, ma di visione di sé. Che uno sia anatroccolo o cigno, ciò che rende bello o brutto non è l’apparenza, l’apprezzamento, il ruolo, le circostanze ma il modo con cui ciascuno guarda in faccia a se stesso. La vita, come uno specchio, ti sorride se tu ti poni sorridendo. Allora ti sentirai bell’anatroccolo, anche con mille cicatrici.
Al contrario ti percepirai un brutto cigno, infelice e scontento, se non sarai capace di una “scelta di qualità” tra ciò che affascina e ciò che realizza, tra prezzo e valore. Dobbiamo alzare il livello dallo stomaco al volto: è proprio quanto insegna la quaresima che non chiede “il di meno” di una dieta laccata di sacro, ma “il di più” di una ricerca del valore di se stessi. Non è solo un periodo di sforzo spirituale, ma è innanzitutto e soprattutto un’occasione favorevole per prendere in mano la propria realtà, rendendosi conti dei meravigliosi piccoli germogli colorati che sbocciano battendo l’inverno grigio e freddo, come la natura ci sta consegnando in questi giorni. Scrive Antoine de Saint Exupery - oltre alle stracciate solite frasi de Il Piccolo Principe - «se l’inverno dicesse “ho nel cuore la primavera” nessuno gli crederebbe». Scopo del confessionale è proprio quello di aiutare le persone a dire «nonostante il mio inverno, nonostante il gelo dei miei limiti, nonostante il grigio delle mie fatiche, ho nel cuore la primavera». Quindi in Quaresima non conta tanto “cosa” che c’è nel piatto, ma “chi” c’è e “come” si sta intorno al tavolo. Dice la Bibbia: «Non di solo pane vive l’uomo».
Questo significa pensare che una tavola piena di cibi non sazia se il tavolo è vuoto di calore perché si è ciechi, muti e sordi. Se manca la pace anche i cibi raffinati sono privi di sapore. Può succedere di fissare insoddisfatto un frigorifero stracolmo perché ti manca quel pane quotidiano che sazia il cuore. Oppure è quando non stai bene che ti passa la fame. Di certe situazioni diciamo: «non lo digerisco proprio». Gli psicologi dicono: «dimmi come mangi e ti dirò chi sei». Sapete cosa vi dico? Io credo che il problema del brutto anatroccolo sia estetico, non sia psicologico, non sia relazionale, ma sia la fame: ha fame di senso, ha fame di affetto, ha fame di autostima, ha fame di pace, ha fame di speranza.

Quanto gli assomigliamo!
Forse non ci serve un intervento di lifting, ma semplicemente il coraggio di dirci, sorridendoci allo specchio: cosa condivido?
cosa divoro? di cosa ho fame? cosa mi fa schifo di quello che la vita mi dà? cosa ho nel piatto del quotidiano da gustare? e soprattutto chi ho la fortuna di avere accanto?

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