Quando ero ragazzo l’autismo aveva un volto preciso e era quello di Rain Man. Autistico significava Raymond Babbitt, cioè Dustin Hoffman che contava le carte ricordando ogni numero, non capiva il mondo però era un genio. Per un periodo, culturalmente, erano tutti Raymond Babbitt, o meglio, tutti ambivamo a esserlo. Quando sentivo di qualcuno che aveva un figlio autistico chiedevo: “Wow, e che sa fare?”, e i genitori ti guardavano male, giustamente.
Anche perché non erano geni, non contavano carte, non avevano alcun talento compensatorio e le famiglie dovevano convivere con difficoltà quotidiane molto concrete. D’altra parte il cinema aveva fatto il suo lavoro: aveva creato un mito, e il mito, quando funziona, non deve essere vero.
Negli anni successivi l’autismo ha smesso di essere solo una figura cinematografica eccezionale e è diventato identità. Cambiando forma e variante, lentamente. Personaggi pubblici hanno iniziato a parlarne come tratto distintivo, come chiave di lettura del proprio modo di stare al mondo, dalla solita Greta Thunberg che ha definito il suo Asperger un punto di forza, l’ha messo anche nella sua bio sui social (a proposito, lo sa quanta energia consumano i social?) e Elon Musk è stato spesso raccontato come esempio di genialità neurodivergente (da autismo a Asperger, le ha tutte, secondo lui).
Fin qui, comunque, niente che riguardi realmente la società, casomai il problema nasce quando il mito successivo prende il posto del precedente e è ancora più comodo, e mi sto riferendo all’ADHD. L’avete già sentita vero? Cavolo, ce l’hanno tutti. O meglio: tutti dicono di averlo.
Lo scrivono nelle bio e te lo spiegano nei reel e lo raccontano come una combinazione di superpotere e giustificazione universale, sembra un superpotere dei ragazzi di Stranger Things. Non riesco a concentrarmi, quindi ho l’ADHD. Mi annoio, quindi ADHD. Apro il telefono ogni trenta secondi, quindi ADHD. Hai avuto una diagnosi neurologica? No, l’ho letto su Google. Meglio ancora: me l’ha detto ChatGPT.
Qualche numero, però, esiste. Negli Stati Uniti le diagnosi di ADHD nei bambini sono passate da circa il 6 per cento a oltre il 10 per cento in poco più di vent’anni. Attenzione: questo non dice che i cervelli siano improvvisamente peggiorati, dice che la diagnosi è cambiata, e con lei il modo in cui interpretiamo qualsiasi difficoltà di attenzione.
Il paradosso è che, se davvero oggi aumentano i problemi di attenzione, la causa non è misteriosa, è biologicamente ambientale. Vale per gli adulti, figuriamoci per i bambini, che con lo smartphone e Tik Tok e Instagram ci nascono: downscrolling infinito, e notifiche continue, e contenuti progettati per interromperti, insomma piattaforme costruite per impedire qualunque forma di concentrazione prolungata. Se metti una persona dentro un ambiente che distrugge sistematicamente l’attenzione e quella persona non riesce più a concentrarsi rimbambendosi, forse il problema non è la persona.
Questa spiegazione è scomoda, perché chiamerebbe in causa il sistema, l’educazione, il lassismo dei genitori che non vengono mai visti con un libro in mano ma anche loro a scrollare, tutto scrolla. Molto meglio trasformare il sintomo in identità. Molto meglio dire “sono fatto così”. Ancora meglio dirlo pubblicamente, con un hashtag, e gli algoritmi aiutano: guardi un video sull’ADHD, te ne propongono altri dieci, poi venti, poi cinquanta, finché non ti sembra statisticamente impossibile non riconoscerti (anche perché altrimenti non saresti lì a scrollare). Non è una diagnosi, è un feedback loop.
Non a caso, gli studi più recenti non concordano su un aumento reale della prevalenza biologica e a crescere sono soprattutto le richieste di diagnosi, la visibilità del tema e le prescrizioni. Più che un’epidemia neurologica, sembra una mutazione culturale del disagio.
Insomma, siamo passati dal genio autistico di Rain Man alla bio di Instagram con scritto “ADHD, neurodivergente, overstimulated”. Prima il cinema semplificava, oggi semplificano i social. Prima c’era un mito raro e elitario (falso, e doloroso solo per chi viveva l’autismo in prima persona) oggi c’è una normalizzazione di massa di una “malattia” di comodo.
Quello che voglio dire è che negli anni Ottanta l’autismo era
Raymond Babbitt che contava le carte, mentre oggi l’ADHD è un feed che non finisce mai. In mezzo l’umanità è diventata più fragile di stare senza stimoli idioti. E questo, curiosamente, non lo mette quasi nessuno in bio.