Quei fumetti made in Japan sospesi tra arte e industria

Il saggio di Marco Pellitteri spiega l'enorme popolarità raggiunta, anche in Italia, dai disegnatori giapponesi

Quei fumetti made in Japan sospesi tra arte e industria

In un recente articolo pubblicato su di un noto quotidiano milanese, Walter Veltroni è riuscito a infilare una serie di banalità e inesattezze che hanno scatenato l'ironia e lo sconcerto di appassionati e studiosi del medium fumetto. Dopo aver constatato che i manga si leggono al contrario e che contengono storie «sempre intrise di una violenza parossistica e perciò irreale», Veltroni rimpiange i bei vecchi tempi in cui la meglio gioventù guardava ai valori democratici americani, mentre ora i ragazzi si fanno abbindolare dalle serie tv coreane e dagli esecrati manga. L'unico pregio di questi ultimi è l'aver portato i ragazzi in libreria, dove si spera che scoprano testi più edificanti. Tuttavia, per quanto inquietante, non bisogna temere il «Vento d'Oriente», chiosa il Walter nazionale, affermando però di non essere in grado di dare «un giudizio definitivo sul fenomeno culturale in corso». Un vero peccato per il lettore, che sperava di poter contare sull'illustre parere e invece si ritrova abbandonato a metà del guado.

Viene da chiedersi perché l'eclettico personaggio (sindaco, segretario di partito, regista, scrittore) debba disquisire su argomenti che non conosce, e per quale motivo un giornale come il Corsera non riesca ad affrontare in modo serio l'argomento: già lo scorso luglio era comparso un articolo dedicato al «fumetto senza scopo che ha conquistato il mondo».

Per fortuna ci sono studiosi che da anni trattano con cognizione di causa manga e anime, e l'immaginario a essi collegato. Uno di questi è il sociologo Marco Pellitteri, attualmente professore associato alla Xi'an Jiaotong-Liverpool University dopo un'esperienza di insegnamento all'Università di Shanghai; va ricordato che Pellitteri prima di trasferirsi in Cina ha operato come ricercatore in Giappone, trascorrendo cinque anni a Kobe. Il suo ultimo saggio, da poco uscito per i tipi di Carocci Editore, si intitola per l'appunto I manga. Introduzione al fumetto giapponese, ed è un agile volumetto per approcciare seriamente la materia, adatto a qualsiasi lettore, dall'appassionato che troverà una trattazione storico-critica completa, allo studente universitario che apprezzerà i numerosi riferimenti bibliografici.

Non dobbiamo stupirci se oggi tra i titoli più venduti in libreria troviamo One Piece di Eiichir Oda, la storia di un ragazzo dal corpo di gomma al comando di una improbabile ciurma di pirati. L'Italia è infatti uno dei Paesi che ha meglio recepito le novità provenienti dal suolo nipponico, grazie all'invasione di numerose serie animate sul finire degli anni Settanta e i primi Ottanta, e i relativi giochi, gadget e libri illustrati con le avventure degli eroi televisivi. Prende avvio in questo momento la cosiddetta manghizzazione, per citare Pellitteri, cioè la diffusione della cultura pop giapponese tra bambini e adolescenti. È un fenomeno che si consolida ed esplode in breve tempo: a distanza di circa un decennio compaiono i primi manga, il cui boom è datato 1990 con la pubblicazione di Akira, capolavoro di Katsuhiro tomo. A introdurre i manga in Italia contribuiscono pionieri come i Kappa Boys, cioè Andrea Baricordi, Massimiliano De Giovanni, Andrea Pietroni e Barbara Rossi, attraverso la fanzine Mangacomics e successivamente collaborando con gli editori Granata Press e Star Comics. È proprio quest'ultima che, nel 1995, pubblica per prima in Europa un fumetto giapponese rispettandone il senso di lettura destra-sinistra: Dragon Ball, di Akira Toriyama. Una piccola rivoluzione, a cui i lettori si abituano subito (con buona pace di Veltroni).

Il saggio ripercorre le origini dei manga dall'epoca Edo alla fine della Seconda guerra mondiale, ricordando l'importanza del grande illustratore Hokusai e di come i suoi disegni furono presentati all'Esposizione universale di Parigi, nel 1867, designandoli proprio col termine «manga».

Pellitteri prosegue rievocando la nascita dell'industria editoriale del fumetto nipponico e soffermandosi sull'apporto di Osamu Tezuka, che nei tardi anni Quaranta inventa un nuovo formato narrativo chiamato «story manga». Sono storie lunghe organizzate in capitoli legati tra loro, quindi maggiormente sofisticate e di più ampio respiro. È anche grazie al successo di questa formula che lo stile di Tezuka diventa il canone a cui molti autori si uniformano: teste e occhi grandi, volumi curvilinei, sono i tratti distintivi che mutua dalla morbidezza di certe animazioni disneyane e che applica sia alle storie per bambini e ragazzi, sia a quelle più crude. Tezuka è noto in Italia per le serie animate tratte dalle sue opere: La principessa Zaffiro, Kimba il leone bianco, Astroboy. Per la sua importanza è stato soprannominato in Giappone dio dei manga: si capisce così perché la mostra Manga Heroes, in corso a Milano, rechi come sottotitolo la dicitura Da Osamu Tezuka ai Pokemòn.

Mentre il settore si consolida superando le difficoltà del dopoguerra, tra gli anni Cinquanta e Sessanta nasce e si afferma un nuovo modo di concepire i manga: il gekiga o «immagini drammatiche». Un fumetto maturo, d'autore diremmo oggi, indirizzato agli adulti, che getta le basi del manga contemporaneo. I maestri da leggere sono, tra gli altri, Yoshihiro Tatsumi, Tadao Tsuge, Takao Saito.

Le pagine scorrono velocemente, analizzando i vari generi e sottogeneri del manga e le relative definizioni (shojo, shonen, seinen), specificando i target di età e sesso del pubblico a cui sono rivolti. Vengono approfonditi alcuni filoni e certe opere o autori ritenuti importanti; non manca un interessante focus sulle autrici donna e sul loro apporto all'industria del manga. Il lettore può quindi farsi un'idea precisa dell'evoluzione del manga fino ai nostri giorni, scoprendo particolari che a molti sfuggono, come il motivo dei famosi occhi grandi, anziché a mandorla, dei personaggi. Ma non ve lo sveliamo, rovineremmo la sorpresa.

Pellitteri, sociologo dei media e dei processi culturali, affronta poi un tema inedito, cioè la fruizione di questi fumetti: da riviste e albi i lettori giapponesi, soprattutto i più giovani, stanno passando al supporto elettronico. Al di là della diversa esperienza tattile, la differenza tra cartaceo e digitale è anche dal punto di vista visivo e del tempo di lettura, poiché si passa da uno sguardo incentrato sulla pagina intera, con la sua architettura, allo scorrere veloce delle vignette su di un piccolo schermo. Prepariamoci ad avere nuovi prodotti pensati appositamente, poiché in Giappone la nuova frontiera del manga è già oggi il digitale, con piattaforme online che fatturano milioni di euro.

Anche in Italia lo smartphone ne sta agevolando la circolazione, va tuttavia rimarcato che si tratta spesso di copie pirata: degli appassionati prendono dai mercati stranieri i titoli di più recente uscita, li traducono e li diffondono attraverso siti internet gratuiti, in anticipo rispetto alla distribuzione in edicola e libreria. Una pratica che procura un danno agli editori e ai mangaka, tanto che alcuni di essi l'hanno stigmatizzata pubblicamente.

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