Manuela Di Centa parla da Bormio dove è arrivata per lo storico battesimo olimpico dello scialpinismo e perché da 15 giorni, «in una magnifica lotta contro il tempo» è stata nominata presidente del comitato organizzatore dei Giochi olimpici giovanili Dolomiti Valtellina 2028.
Milano Cortina 2026 ha polverizzato il record di Lillehammer 1994, la più amata dagli italiani e anche da lei, con 5 sigilli.
«Evviva! Oggi ci sono più discipline e il 20% di possibilità in più di fare medaglie».
La trazione di questi Giochi è rosa, l'altra sera Arianna Fontana ha tolto dopo 66 anni il record di podi al mito Mangiarotti. E poi ci sono le mamme a medaglia...
«Lo sport sottolineo quello praticato - è innanzitutto meritocrazia: loro hanno vinto per talento e impegno, ma c'è stato un cambio di passo, grazie alle Federazioni e al loro aggiornamento culturale per cui lo sport ingloba tutti i campi della vita. Ai miei tempi non si prendeva in considerazione l'idea di poter coniugare sport e altri progetti».
Lollobrigida docet...
«Sì, perché proprio a Lillehammer già molte medaglie furono al femminile, ma ora le atlete sono supportate grazie ad un equilibrio fra aspetti tecnici ed organizzativi che prescinde dalle medaglie, ma punta alla persona».
Questi Giochi hanno rovesciato i cliché. Ci sono donne che vincono al rientro da infortuni (Brignone), disposte a tutto per un sogno (Vonn). Per contro ci sono campioni che si disperano per le cadute (Malinin), si nascondono nel bosco per un'inforcata (Mc Grath).
«Tutto vero, umano, feroce anche. Proviamo a ribaltare la prospettiva. Che cosa avrebbe potuto dire qualcuno, fino a poco fa, se in quel bosco fosse scappata una donna, se quelle lacrime le avesse versate una ragazza? Vedo un cambio culturale anche in questo. Questi Giochi sono stati un vero shaker di energia e valori. Sono convinta che daranno ulteriore spinta ad una rivoluzione naturale che porterà i suoi frutti, traendo forza dai grandi esempi di questi campioni».
Eppure, lei lo ha detto numeri alla mano: le donne faticano ad arrivare in ruoli apicali sul lavoro, anche nella dirigenza sportiva: che cosa è stato fatto fin qui?
«Da un lato oggi abbiamo Kirsty Coventry, atleta, mamma, prima donna presidente del Cio. Io stessa sono stata primo membro Cio dal 1998, prima vicepresidente vicaria del Coni nel 2006. Ora c'è Diana Bianchedi. La strada è stata tracciata dai past president Jacques Rogge e Thomas Bach che hanno voluto nelle Commissioni di lavoro il 50% delle donne. L'equilibrio di genere era nelle linee guida anche per queste Olimpiadi. L'Italia, poi, dal 2018 ha una legge che prevede il 30% di donne negli organismi sportivi. Mi aspetto che questo cambiamento produca un ulteriore step, perché fra le circa 50 federazioni italiane, olimpiche e non, solo cricket e danza sportiva hanno presidenti donne».
Non sappiamo fare sistema, ci autocensuriamo, non facciamo squadra, preferendo, come in certe storie di sport, la dualità come lei e Belmondo, GoggiaBrignone, Vittozzi-Wierer?
«Stefania ed io, però, quando c'era una staffetta, gareggiavamo come una cosa sola. Noi donne siamo più dirette, a volte meno diplomatiche. Oggi però sappiamo lanciarci verso nuovi ruoli di leadership anche grazie agli esempi di chi ce l'ha fatta prima di noi».
Alle paralimpiadi sono stati ammessi atleti russi e bielorussi.
«Come ha detto Coventry, lo sport non deve occuparsi di politica».
Due medaglie nel fondo, 20 anni dopo suo fratello Giorgio, sempre in febbraio come i suoi tanti sigilli.
Sua nipote Martina, però, si ritira: dove va il suo Fondo?«Sono ricordi indelebili. Mia nipote ha fatto un'ottima staffetta: valuterà con calma le sue scelte. Pellegrino con Barp è il miglior modo di passare il testimone allo sci di fondo del futuro: crediamoci».