«Quo vadis humanitas?», «Dove vai umanità?», è il titolo in latino di un documento della Santa Sede pubblicato in questi giorni che parla di intelligenza artificiale. Purtroppo, a mio avviso, ha avuto poca risonanza. La provocazione viene da un’antica tradizione. L’apostolo Pietro - si narra - per paura di essere ucciso scappa da Roma. Sull’Appia Antica (dove oggi c’è la chiesetta appunto del «Quo vadis») gli appare Gesù. Al suo stupore «Dove vai, Signore?», si sente rispondere: «Vado a Roma a farmi crocifiggere di nuovo perché tu stai scappando». In questa riflessione la domanda si ribalta, nell’orizzonte che caratterizza il nuovo Papa. Il predecessore nel nome Leone, il XIII, aveva affrontato la «rivoluzione industriale» offrendo l’enciclica Rerum novarum, «A riguardo delle cose nuove», fondamento della dottrina sociale della Chiesa. Il Santo Padre attuale ha scelto questo nome - ha spiegato lui stesso - proprio per la sua attenzione e passione verso quella che oggi è la «rivoluzione digitale», interpretando le dinamiche dell’Intelligenza Artificiale come le attuali «cose nuove, rerum novarum». Il sottotitolo che accompagna Quo vadis humanitas? è molto denso: «La sfida epocale dell’antropologia cristiana nell’era dell’Intelligenza Artificiale e del Post-umanesimo».
Cosa è il post-umanesimo? Lo sviluppo che stiamo vivendo colloca ciascuno tra due poli: il trans-umanesimo e il post-umanesimo. Il primo termine (trans-umanesimo) indica la volontà, attraverso la scienza e la tecnologia, di migliorare concretamente le condizioni di vita dei singoli e dei popoli, superando i limiti fisici e biologici. Il secondo (post-umanesimo) vive il sogno di sostituire l’umano con il cyborg abbattendo i confini tra l’uomo e la macchina. Tra questi due poli si pone la fede cristiana che - dice il documento - vuole «spingere a cercare una sintesi» considerando il digitale «non più solo uno strumento, ma un vero e proprio ambiente di vita». Si apre quindi una «sfida epocale» di fronte ad alcuni rischi. In ambito ambientale l’espansione del mondo artificiale comporta un’economia basata sullo sfruttamento illimitato delle risorse, in nome del massimo profitto. Nel rapporto con gli altri la rivoluzione del digitale può portare il singolo a sentirsi insignificante e perso in un flusso ingovernabile e destabilizzante di informazioni, tra contatti meramente virtuali, senza tempo né luogo. In un mercato infinito di notizie e dati, non sempre verificabili e tante volte manipolati, si è perso il senso della Storia e tutto è ridotto a un presente chiuso in se stesso con una amnesia della cultura. Le tradizioni sono sostituite da dati elaborati. La tecnologia rende tutto contemporaneo, ma «un presente che non conosce più un passato non ha più alcun futuro, né alcuna speranza». Allo stesso tempo sottolinea pure i vantaggi dello sviluppo tecno-scientifico per una cittadinanza attiva, un’informazione partecipata, una medicina evolutiva, una produzione innovativa.
Inoltre, quando l’opinione viene omologata dai like, il dibattito politico si «tribalizza» tra gruppi fortemente polarizzati che si confrontano in modo conflittuale e violento, logorando quel «dialogo sociale» che costruisce un consenso «dal basso» sulla base di «legami solidali».
L’obiettivo è quello allora di cercare un equilibrio tra tecnologia e umano. Il documento propone poi una interessante riflessone sul rapporto tra tecnologia digitale e religione, data la creazione nel web di «un gigantesco mercato religioso che offre una molteplice scelta secondo gli interessi individuali», dove la tecnologia stessa finisce per fungere da «guida spirituale e luogo del sacro», con casi estremi di benedizioni ed esorcismi virtuali o di spiritualismo digitale. In conclusione, il documento rimarca con chiarezza che il futuro dell’umanità non si decide nei laboratori di bioingegneria, ma nella capacità di abitare le tensioni del presente, senza smarrire il senso del limite e dell’apertura al mistero. Quindi l’intelligenza artificiale è buona o cattiva? Né una, né l’altra, non è né positiva né negativa, ma è uno strumento. Come un coltello, ad esempio, che può essere usato per condividere il gusto del buon cibo, oppure per uccidere, ma anche per guarire se lo si considera come bisturi.
Tutto dipende dall’intenzione di chi lo usa.