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In un mondo in guerra l’educazione e la cultura possono disinnescare le pulsioni distruttive

Il Santo Padre ha spostato il gioco sul Vangelo che insegna che la politica non è esercizio di violenza, ma è "la più alta forma di carità" (come disse Papa Paolo VI) a vantaggio del bene comune

In un mondo in guerra l’educazione e la cultura possono disinnescare le pulsioni distruttive

La regista Lina Wertmüller in un'intervista disse: «Nella vita bisogna avere tre cose: l'umiltà di non sentirsi superiori a nessuno, il coraggio di affrontare qualsiasi situazione, la saggezza di tacere davanti alla stupidità di certe persone». Sono convinto che, se si considerasse questo consiglio, ci sarebbe più pace nel mondo, ma anche e soprattutto dentro ciascuno e intorno a tutti. Invece stiamo vivendo un «peccato sociale» che andrebbe confessato, quello dell'assurdità. In queste settimane leggendo i giornali e scrollando i social mi sono reso conto proprio di questa cosa: si è parlato di missili lanciati nello spazio per cercare la vita e di missili lanciati sulla terra per sopprimerla. Qualcosa non quadra più. Non è solo una dimensione astrale, ma ha piena corrispondenza in quanto sento nel confessionale e vedo agli incroci del quotidiano: si parla tanto di benessere e poi ci si aggredisce per nulla, si studiano piani alimentari e poi si vomitano giudizi, si cura il bianco splendore dei denti e poi dalle labbra escono parole che sporcano la vita di altri, si vogliono trattative tra gli stati e poi ci si attacca tra le persone.

Dobbiamo renderci conto di quanti missili usiamo nelle nostre relazioni, di quanto cioè anche noi con le nostre parole, le nostre azioni e le nostre reazioni attacchiamo, bombardiamo e distruggiamo. Molti in questi giorni mi hanno chiesto cosa penso delle parole del presidente Trump contro il Papa e la mia risposta è stata: «È un bravo tennista e sa che alle schiacciate si risponde con un tocco soft. Spesso è la mossa

vincente perché costringe l'avversario che ha usato la forza contro di te a rincorrere la pallina da un'altra parte del campo».

Il Santo Padre ha spostato il gioco sul Vangelo che insegna che la politica non è esercizio di violenza, ma è «la più alta forma di carità» (come disse Papa Paolo VI) a vantaggio del bene comune. Artigiano di pace è chi dice la verità anche quando è scomoda; è chi non si ritrae al primo attrito; è chi non si scoraggia per le incomprensioni; è chi corregge lavorando sulle sintonie per curarle e gustarle; è chi si sbilancia invece che arroccarsi sulla difensiva, è chi rispetta tempi, modi, sensibilità diverse dalle proprie; è chi cerca di capire e non dà nulla per scontato; è chi ha come criterio la maturità e non solo l'emozione. Portatore di guerre, al contrario, è chi schiaccia, oscura, intossica, soffoca, possiede; chi preferisce chiudere invece che chiarirsi; chi preferisce star solo sulle sue idee che smuoversi insieme; chi ha sempre scuse per le proprie mancanze e assenze; chi brontola e rivendica invece che provare a capire; chi usa la lontananza silenziosa come castigo o ricatto; chi costantemente ha da ridire facendo sentire in colpa; chi sminuisce i sentimenti facendo prevalere le sue sensazioni; chi blinda con un controllo mascherato da preoccupazione; che impone i suoi gusti logorando l'autostima dell'altro; chi dubita su tutto se non corrisponde alle sue prospettive; chi dice «non è niente» quando invece è molto e lo fa pesare; chi pretende per sé quello che non sa dare all'altro. È esattamente quanto ha ripetuto più volte Papa Leone: abbiamo bisogno di disarmare le parole per renderle più forti. Io non so se avesse ragione Freud nel dire che le pulsioni distruttive sono parte della natura umana, di certo aveva ragione nel sottolineare che la cultura, l'educazione e il linguaggio possono disinnescare le pulsioni distruttive. In un mondo segnato da guerre, sia fisiche che verbali, «disarmare le parole» significa renderle strumenti per costruire e riconciliare, non per distruggere.

Non si tratta di nascondere la realtà, d'annebbiare le menti, d'immaginare o presentare un mondo incantato abitato da fate, elfi e unicorni; e neppure smettere di parlare con franchezza e, se del caso, con la necessaria risolutezza. Si tratta di prediligere parole che edificano e consolidano ponti, e non che li demoliscono. Una parola può scoraggiare senza umiliare, può ribellarsi senza devastare. Insomma, il Papa ci sta chiedendo di usare le parole in modo responsabile, evitando toni, inutilmente e sconsiderevolmente, aggressivi, vocaboli violenti, argomentazioni offensive che possono ferire o esasperare le tensioni. È una questione, prima di tutto, di rispetto e di ascolto reciproco.

È una questione di civiltà che comincia proprio, secondo me, dall'umiltà di non sentirsi superiori a nessuno, dal coraggio di affrontare qualsiasi situazione e dalla saggezza di tacere davanti alla stupidità di certe persone.

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