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Amava scimmie, cervi e pesci. L'animale più strano? L'uomo

Morto l'etologo più famoso di sempre. Ha studiato anche i nostri comportamenti ancestrali e sociali

Amava scimmie, cervi e pesci. L'animale più strano? L'uomo

Sì, è vero, sosteneva che in fondo non fossimo poi così speciali, scimmie senza peli, ma comunque ancora scimmie, e forse la battuta che in alcuni si noti di più non lo avrebbe fatto nemmeno tanto ridere. Perché Desmond Morris le scimmie le amava moltissimo, così come tutti gli animali, dagli uccelli ai pesci spinarelli su cui aveva iniziato i suoi studi a Oxford fino ai grandi mammiferi di cui era responsabile allo Zoo di Londra, dai cervi in cui gli capitava di imbattersi in metropolitana allo scimpanzé Congo, al quale aveva affidato una matita e un foglio e che si era rivelato un artista, fino a quella scimmia "cresciuta" che è l'uomo, sempre osservato rigorosamente dal punto di vista della biologia.

E però, ripercorrendo la vita lunghissima di Desmond Morris, morto l'altro ieri a 98 anni in Irlanda, non si può non notare come l'esistenza intera di questo etologo e zoologo noto in tutto il mondo fosse una celebrazione dell'unicità dell'animale uomo, specie fra le specie, eppure capace di attraversare quasi un secolo con una passione senza fine, per la scienza, per la natura, per la scrittura, per l'arte e anche per le persone; infatti Morris abitava in Irlanda perché si era trasferito lì ad abitare con il figlio e la sua famiglia, dopo che la moglie Ramona Baulch era morta, nel 2018. Erano sposati dal 1952, sessantasei anni insieme, e nell'annunciarne la morte il figlio Jason ha detto: "Quella di mio padre è stata una vita dedicata all'esplorazione, alla curiosità e alla creatività. Zoologo, osservatore dell'uomo, autore e artista, ha continuato a scrivere e dipingere fino alla sua morte. Era un grande uomo e un padre e nonno ancora migliore".

Parole d'amore, lo stesso che Morris ha riversato nelle mille attività di cui si è occupato nel corso degli anni. Nasce il 24 gennaio 1928 nel Wiltshire, la regione dell'Inghilterra a sud di Oxford che ha al suo centro Stonehenge, e chissà se il suo interesse per l'arte, anche quella primitiva, non sia stato influenzato in parte da quei monoliti misteriosi e giganteschi, testimonianza antica di una scimmia nuda che non può non creare. I primi studi, a Swindon, sono proprio in ambito artistico: infatti, prima ancora di diventare celebre per i suoi bestseller e i suoi programmi televisivi sugli animali, Morris è un pittore. Si muove all'interno del gruppo dei surrealisti e nel 1948 tiene la sua prima mostra, mentre frequenta zoologia all'Università di Birmingham; nel 1950 espone insieme a Joan Miró a una mostra alla London Gallery e gira anche due film surrealisti. È proprio l'anno successivo, nel 1951, che comincia il suo dottorato sul comportamento degli animali, all'università di Oxford: è la svolta nella sua professione, la zoologia, che da quel momento porta avanti sempre incrociandola alle molteplici sfaccettature della sua personalità (verrebbe da dire anima, anche se forse non avrebbe apprezzato...).

L'altro grande salto è il lavoro alla Zoological Society di Londra, dove dal 1956 si occupa del reparto film e tv: Morris inventa e scrive una serie di programmi e diventa il conduttore di Zoo Time, una trasmissione che lo rende un volto famigliare per milioni di britannici degli anni Cinquanta e a cui segue un altro successo, Life in the Animal World per la Bbc. È in questo periodo che Morris ha l'idea, rivoluzionaria per l'epoca, di mettere alla prova le capacità artistiche di uno scimpanzé di nome Congo: i risultati, oltre ogni aspettativa, mostrano una mano effettivamente artistica e una intenzionalità che suscitano l'ammirazione perfino di Picasso, Miró e Dalí, e che portano Morris a organizzare per l'anno successivo una esibizione di dipinti realizzati tutti da scimpanzé all'Institute of Contemporary Arts di Londra. L'arte rimane un filo conduttore del suo lavoro anche negli anni successivi, non solo perché la produzione personale di dipinti prosegue fino alla fine, ma perché all'argomento dedica libri come La scimmia artistica. L'evoluzione dell'arte nella storia dell'uomo (Rizzoli) in cui racconta l'attrazione irresistibile della nostra specie per il creare, fin dalle prime incisioni nelle grotte o Le vite dei surrealisti (Johan & Levi) in cui rievoca aneddoti e bizzarrie del gruppo e ricordi personali.

Il libro a cui è più legata la sua fama è però La scimmia nuda (in Italia edito da Bompiani): esce nel 1967 ed è un successo clamoroso di vendite, tradotto poi in ventotto lingue, non ultimo grazie al fatto che susciti scandalo per la smitizzazione totale dei propri simili. Finisce perfino al Festival di Sanremo nel 2017 fra le rime di Occidentali's Karma di Francesco Gabbani, con cui si congratula per la vittoria... L'uomo, sostiene Morris, è soltanto una delle centonovantatré specie di scimmie ed è in quanto tale che lui, da zoologo, lo studia: con la sua ironia British sostiene che la maggiore differenza rispetto ai cugini sia appunto la nudità, ovvero l'assenza di peli sul corpo (perlomeno rispetto a un gorilla) ma che, quanto a comportamenti e istinti, l'evoluzione non lo abbia condotto molto lontano dal suo passato. Siamo scimmie che cacciano, litigano, vogliono prevaricare gli altri membri del gruppo, avere sempre cibo a disposizione e fare tanto sesso. Poi sappiamo creare, ma quello sono capaci di farlo anche gli scimpanzé, come dimostra Congo. Quanto agli aspetti più sociali, li mette nero su bianco, sulla stessa linea, in un altro bestseller, Lo zoo umano (Mondadori). E non pensiate che abbia trascurato una questione fondamentale dell'esistenza umana, perché l'etologo Morris ha studiato anche La tribù del calcio (Rizzoli), sport di cui era tifosissimo (era stato anche vicepresidente dell'Oxford United).

La sua

storia l'ha scritta, un animale e un dipinto dopo l'altro, una decina di anni fa, con Un cervo in metropolitana (Mondadori): autobiografia di una scimmia molto spiritosa, e anche unica, capace perfino di mettersi a nudo.

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