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Volare alto aiuta. Non pensiamo al potere ma al mito e al sacro

Il tema da affrontare è il dominio assoluto dell’economia. Anche nel mondo digitale

Volare alto aiuta. Non pensiamo al potere ma al mito e al sacro

La politica culturale del centrodestra è in questi ultimi tempi prigioniera di polemiche, anche interne, che spesso hanno soltanto come tema posti e potere. Quello che invece io mi aspetto dalla cultura di un conservatorismo che sia illuminato è una grande fabbrica di idee e di conseguenti progetti per superare definitivamente quel conformismo ilare e comodo, quel nichilismo cupo e senza speranza che ha dominato per lunghe stagioni in Italia. Per me, credo che la cultura e il sapere siano la legittimazione autentica della democrazia, se non la si vuole ridurre a quella «curiosa sopravvalutazione della statistica» di cui parla Jorge Luis Borges. La democrazia è nata alle origini nella città che fu chiamata Atene proprio in onore di Atena, dea della saggezza strategica, della ragione nemica della violenza e degli istinti più brutali. La cultura è civilizzazione. Ed è anche il campo delle attività umane in cui si manifestano l'energia dello spirito e l'aspirazione alla grandezza, concetti sepolti da decenni di spazzatura minimalista. Tra i fondamenti culturali di un conservatorismo illuminato non dovrebbero mancare i diritti civili, lasciati non so perché in appannaggio alla vuota correttezza politica di una certa sinistra: e con un po' di spinta in avanti, non dovrebbero mancare quelli che Victor Hugo chiamava i «diritti dell'anima», quelli alla felicità, ai sogni, alla realizzazione di se stessi. Anche il tema cruciale dei migranti non dovrebbe essere affrontato soltanto con calcoli economici, o ancor meno con ciechi atteggiamenti etnici e settari: conoscere le civiltà anche religiose da cui i migranti provengono può molto aiutare di fronte a un problema così travolgente e epocale. Sulla scuola, cuore di una società sana, il discorso dovrebbe volare alto: il ridimensionamento di Dante e di Manzoni, e della storia della letteratura in genere, non è una bazzecola da talk show. Stupisce che sia un governo di centrodestra, che dovrebbe avere la ricchezza della tradizione nel suo Dna, ad avallare programmi scolastici che per svecchiarsi, cosa sempre giusta, non trovano di meglio che affidarsi a ritocchi esterofili e modaioli. Piacciono al professor Claudio Giunta, quello che oppone a Dante il poeta inglese Philip Larkin , e allora? Cos'è al centro della scuola, il sapere o l'alunno? Se è l'alunno, come quasi tutti credono, allora si spiegano sciocchezze sentite in giro come: «La scuola non deve insegnarmi Cesare e Napoleone, ma le emozioni». Ma la migliore educazione ai sentimenti e al destino, come diavolo non capirlo?, sono i grandi romanzi, Manzoni e Verga, Balzac e Flaubert, Goethe e Tolstoj. Togliete quelli, e l'impoverimento, anche emozionale, è sicuro. La scuola deve insegnare a lavorare? Mandare studenti a fare gratis i mestieri più vari? O deve insegnare a capire il mondo, la società, gli altri e se stessi? Io propendo per questa seconda ipotesi. E voi? Oggi la cultura si piega docilmente al dominio assoluto della tecnica e dell'economia. Non sono affatto sicuro che sia un bene, un vantaggio per i più. Ai suoi vertici, la vera scienza non è nemica né della religione né della cultura umanistica, e neppure della poesia. Lasciare deperire la cultura umanistica è da mediocri, da gente arresa a una sorte di schiavitù. Di appiattimento e di mancanza di bellezza. Così nelle arti assistiamo a un abbassamento di toni e a una rinuncia totale alla possibilità di creare nuove mitologie universali, cosa che la letteratura e la lingua italiana nella loro storia hanno sempre saputo fare. Quanti solipsismi, egotismi, minimalismi pretenziosi e furbeschi nei libri più premiati. È come se l'Italia di oggi non credesse più neppure nella sua gloria indubitabile: quella della poesia, della grande musica (sembra rimasto soltanto Riccardo Muti a difenderla), dell'arte. Quanto sospetto per il fantastico, il simbolico, gli eroi, il destino, le avventure dello spirito c'è in chi sceglie i soggetti delle fiction della Rai. E lo confesso, mi saltano i nervi a vedere che tutti e tre i telegiornali serali della tv pubblica finiscono quasi obbligatoriamente con un servizio che serve da volano a qualche canzonetta di stagione: non c'è mai nient'altro? Siamo davvero quel popolo di canterini e ballerini (o mandolinisti e pizzaioli) che a tanti stranieri piacerebbe che fossimo? L'avvento della Ia ha impresso al mondo una accelerazione sconvolgente. Sempre più gli uomini si divideranno non tra destra e sinistra, ma tra quelli che hanno una percezione del sacro e quelli che lo negano. Tra chi demonizza la Ia e chi la esalta, lasciandosene alla fine dominare, e preconizzando un suo dominio sul mondo intero. A chi invece intende usarla ma a servizio dell'uomo servirà una nuova cultura.

Una cultura radicata nell'umano, che abbia la certezza della centralità e sacralità della persona umana, con uno sguardo pronto a vedere ciò che va al di là di se stesso, il mistero insondabile della vita, delle passioni, del cosmo, di Dio, di quello che Dante chiama il «gran mare dell'essere». Che nessuna macchina potrà mai cogliere. E cantare. Vogliamo parlare di questo?

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