
Dalla comparsa di ChatGpt nel novembre del 2022, l’intelligenza artificiale si è imposta con prepotenza nel mondo, diventando un vero e proprio fenomeno di massa e cambiando, per molti aspetti, sia la vita privata delle persone, sia il flusso di denaro nel mondo tech. Basti pensare che nel 2024, gli investimenti in questo settore sono arrivati a 131,5 miliardi di dollari e, secondo le analisi di Goldman Sachs, entro la fine del 2025 si dovrebbe toccare la cifra record di 200 miliardi. Fiumi e fiumi di inchiostro, reale o digitale, sono stati inoltre spesi per parlare di una “rivoluzione” che avrebbe cambiato per sempre il mondo del lavoro, con il raggiungimento di obiettivi di produttività mai sfiorati nella storia umana. Eppure, i dati raccontano una storia diversa.
Secondo il report The GenAI Divide: State of AI in Business 2025 dell’MIT, infatti, il 95% delle aziende americane che hanno introdotto l’intelligenza artificiale generativa nel proprio business, con investimenti complessivi tra i 30 e i 40 miliardi di dollari, non hanno registrato alcun guadagno o cambiamento di rilievo a livello lavorativo, e solo il 5% è riuscito a ottenere “una rapida accelerazione dei ricavi”. Il risultato non sorprende, se si considerano le conclusioni di una ricerca pubblicata a luglio secondo cui le varie IA impiegate nelle aziende erano riuscite a completare con successo solo il 30% dei compiti d’ufficio a loro assegnati e normalmente svolti dagli esseri umani.
Intervistata da Fortune, l’autrice principale del rapporto dell’MIT Aditya Challapally ha spiegato che quest’alta percentuale di fallimenti è dovuta a errori nell’integrazione della tecnologia nelle imprese, poiché spesso queste si affidano a tool generici come ChatGpt che, se da un lato sono molto utili al singolo individuo data la loro flessibilità e vengono largamente impiegati a livello personale, dall’altro non si adattano al flusso di lavoro di un ambiente aziendale. Più di metà dei budget destinati alle intelligenze artificiali generative, inoltre, è dedicata a strumenti di marketing e vendite, anche se lo studio dell’MIT ha rilevato un ritorno sull’investimento maggiore nell’automazione di tutti quei processi che ricadono sotto l’ombrello del back-office. A questo, si aggiunge anche il fatto che molte compagnie hanno iniziato a costruire internamente tool proprietari di IA, fallendo la maggior parte delle volte. Di contro, l’affidarsi a venditori specializzati in questo settore ha visto un rateo di successo pari al 67%, anche se la maggior parte delle volte, come spiegato da Il Sole 24 Ore, i prodotti vengono respinti. Il 60% delle aziende li valuta, ma solo il 20% arriva a testarli e appena il 5% li porta in produzione.
Insomma, è da quasi tre anni ormai che è stato promesso il ribaltamento del mondo, ma per arrivare a quel traguardo – ammesso e non concesso che lo si voglia raggiungere o che sia realistico – servirà ancora molto tempo. E visti i mancati guadagni sperati (si è parlato di un contributo di 6 trilioni di dollari all’economia globale entro il 2030), la cosiddetta “bolla dell’IA” potrebbe scoppiare nel prossimo futuro, complice anche l’affievolirsi del fattore novità, e gli investimenti nel settore potrebbero ridursi drasticamente.
Fare previsioni in questo campo, però, è molto complesso, considerando soprattutto l’infinità di possibili applicazioni della tecnologia, dalla medicina alla difesa. Non resta che continuare ad aspettare questa “rivoluzione”, o guardare il fuoco di paglia artificiale affievolirsi sempre di più.