La scorsa notte un missile ha colpito la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove sono dislocati circa 300 nostri militari impegnati nella missione internazionale contro l'Isis. Per fortuna i soldati si sono rifugiati nei bunker e non ci sono state vittime. Ma il fatto resta: una base con presenza italiana è stata attaccata.
Ora, la domanda che viene spontanea è molto semplice: dove sono finiti tutti i professori di diritto internazionale che negli ultimi giorni hanno riempito piazze e talk show? Per settimane abbiamo assistito a un festival di giuristi improvvisati. La sinistra istituzionale, quella dei centri sociali, quella dei sindacati, quella delle femministe militanti e quella delle Ong si è trasformata all'improvviso in una cattedra collettiva di diritto internazionale. Tutti a spiegare, con aria grave, le differenze tra norme consuetudinarie e norme pattizie, tra legittima difesa e aggressione, tra trattati e principi dell'ordine globale.
Tutti scandalizzati, tutti indignati, tutti pronti a brandire il diritto della comunità degli Stati come una clava morale contro l'Occidente e contro gli Usa. Bene. Adesso però è accaduta una cosa curiosa: un missile si è abbattuto su una base dove operano militari italiani. E qui la lezione accademica improvvisamente si interrompe. Perché se l'Occidente reagisce a una minaccia, si grida allo scandalo. Se invece un regime teocratico come quello iraniano lancia missili contro installazioni militari occidentali, improvvisamente il diritto internazionale diventa un dettaglio trascurabile.
Bizzarro, non trovate? Secondo la logica che ci è stata spiegata negli ultimi giorni, dovremmo assistere a una mobilitazione immediata. Dovremmo vedere piazze piene di manifestanti indignati, cartelli contro l'aggressione, appelli accorati alla pace, accuse di violazione del diritto internazionale. Dovremmo sentire gridare: "L'Iran ha attaccato una base dove operano militari italiani! Questa è una violazione intollerabile!".
E invece no. Silenzio.
Il motivo è semplice: la sinistra occidentale ha una morale molto particolare. Non distingue tra aggressore e aggredito, tra democrazie e regimi. Distingue soltanto tra una cosa: se il colpevole è l'Occidente oppure se il colpevole è qualcuno che combatte l'Occidente. Se l'Occidente usa la forza, è imperialismo. Se la forza viene usata contro l'Occidente, improvvisamente diventa resistenza, reazione, comprensibile sfogo geopolitico. È una logica che ha una sola costante: stare sempre dalla parte di tutto ciò che è antioccidentale.
Che si tratti di regimi teocratici, di dittature militari o di movimenti che sognano la distruzione dell'Occidente, poco importa. L'importante è che siano contro di noi.
Così accade che un missile casca su una base con presenza italiana e nessuno sente il bisogno di scendere in piazza per difendere i nostri soldati. Nessuno invoca il diritto internazionale. Nessuno si straccia le vesti. Del resto, sarebbe difficile farlo senza contraddirsi. Perché se si riconoscesse che un attacco del genere è un'aggressione, allora bisognerebbe ammettere che il mondo non è diviso tra buoni antioccidentali e cattivi occidentali, ma tra regimi che usano la forza e Paesi che cercano di difendersi.
E questo per certa sinistra sarebbe un trauma insopportabile. Meglio allora tacere. Meglio fare finta di niente.
Meglio lasciare che un missile che cade su una base dove operano i nostri soldati venga archiviato come un dettaglio marginale. Tanto, in fondo, quando a essere colpito è l'Occidente, per qualcuno non è mai davvero un problema.Anzi, per qualcuno, ben ci sta.