Garzanti ha pubblicato un'edizione critica integrale del Mein Kampf, curata da Marcello Flores e Roberto Venuti, con la collaborazione di Giovanni Gozzini. In copertina, al posto del nome dell'autore, Adolf Hitler, si leggono quelli dei curatori. Nella scheda on line si arriva all'assurdo: l'opera è attribuita ad "Autori vari", come se i curatori fossero co-autori del dittatore. Sulle motivazioni di un'edizione critica (in realtà è commentata, non si può fare un'edizione critica di un testo in un'altra lingua) non c'è niente da eccepire: la conoscenza è sempre preferibile all'ignoranza, meglio fare i conti con il male anziché rimuoverlo. Argomenti legittimi, sostenuti con competenza dai curatori. Non abbiamo dubbi che il lavoro che accompagna il testo sarà quello che una simile opera richiede: contestualizzazione rigorosa, apparato storiografico solido, nessuna concessione all'ambiguità. La perplessità riguarda un dettaglio apparentemente minore, ma significativo: la copertina, appunto. Il rigore filologico che pure viene invocato impone che il nome dell'autore sia ben visibile in copertina. Nasconderlo significa spostare il baricentro del volume dall'autore ai curatori, trasformando il libro di Hitler in un libro su Hitler. Una distinzione forse comoda, certamente non filologica. L'Institut für Zeitgeschichte di Monaco, nella sua monumentale edizione critica del 2016 duemila pagine Hitler lo ha lasciato in copertina, e lo ha smontato riga per riga. Se l'obiettivo è guardare il male in faccia, non conviene cominciare dalla copertina? Le ragioni della scelta sono probabilmente più d'una. Difficile però non pensare alla volontà dell'editore di non essere associato, nemmeno graficamente, al nome di Adolf Hitler. La mancata attribuzione è una forma di distanza cautelativa. Comprensibile sul piano aziendale; incoerente con le premesse culturali dichiarate. Vale la pena ricordare che nel 2016, allo scadere dei diritti d'autore, la pubblicazione del Mein Kampf in Italia suscitò scandalo e indignazione trasversale. Lo pubblicò il Giornale come conclusione di una serissima collana storica, insieme con la Storia del Terzo Reich, il classico di William Shirer. Lo scandalo fu francamente eccessivo, anche perché negli stessi giorni si poteva comprare un'altra edizione in tutte le librerie d'Italia (nella più famosa catena era anche scontato).
Negli anni successivi il testo è stato pubblicato, senza alcun clamore, da Kaos, Mimesis, Thule e ora Garzanti. Pubblicare il Mein Kampf, oggi, non è più una stranezza editoriale. La copertina anonima non protegge nessuno. Serve soltanto a non esporsi troppo.