"La lotteria", "la macchina", ma più spesso "la riffa della morte": è così che i trenta ex-alunni della III A del liceo Berchet di Milano alludono al patto siglato nel lontano 1975, poco dopo aver superato l'esame di maturità. Ognuno, con tassativa regolarità, si sarebbe privato di una parte del proprio reddito per destinarlo a un montepremi che nel giro di pochi decenni costituirà una cifra esorbitante. Tesoro che arricchirà non i tre compagni di classe più generosi o meritevoli; piuttosto, i tre che sarebbero riusciti a seppellire tutti gli altri. In altre parole, a sopravvivere. Ben presto, fra l'altro, qualcuno proporrà di modificare le regole in senso restrittivo, trasformando la gara in una sfida all'ultimo sangue...
I convitati di pietra (Einaudi, pagg. 160, euro 17,50) di Michele Mari si sviluppa attorno a una strana forma di assicurazione sulla vita che seguendo i princìpi di un darwinismo atipico spinge verso il gioco al massacro. Il patto, va da sé, prevede alcune clausole, per esempio di incontrarsi una volta l'anno in un ristorante per chiacchierare del decorso di eventuali malattie, spiare fra un boccone e l'altro il colorito dei "soci", comunicare il valore raggiunto dal montepremi e naturalmente, quando l'età comincerà a reclamare i suoi diritti, per aggiornare la partita doppia dei vivi e dei morti. A gestire "la riffa" con diplomazia, fermezza e a volte spregiudicatezza è il discendente di un'antica nobiltà spagnola, Rivadeneyra.
Tutto molto lugubre, tetro, sinistro? Neanche per idea. I convitati di pietra è un romanzo comico, in cui si ride più spesso che in un film di Checco Zalone. La "riffa" esalta le notevolissime singolarità e idiosincrasie dei trenta competitori, nate e passate in giudicato già negli anni della scuola. C'è l'onanista che spaccia il tremito della mano causato dal suo vizietto per un precoce Parkinson, e il compagno di banco ossessionato dall'attore Gene Hackman; c'è la "specie di rettile" imparentata con il re Mattia Corvino che si procura una mastectomia senza ragione, sebbene anche prima dell'operazione chirurgica non avesse granché nel reggiseno; e Rossella Sancio, "famosa per i facili costumi", ma in realtà castissima. C'è l'architetto la cui vita "sembrava ricalcata sulla pubblicità di una fetta biscottata" e il furbo che alle cene versa la stricnina nei bicchieri, però a casa sua preferisce allestire macumbe dall'esito incerto. Lo spirito eterno dello studente, vulgo goliardia, spira in ogni pagina. Morto dopo morto, Mari estende scaramanticamente la sequenza nel futuro, fino al 2053, quando anche il penultimo ex-liceale dovrà, per cause naturali, rinunciare a mettere le mani sul malloppo.
Privo del virtuosismo linguistico variamente apprezzato presente in altre memorabili prove dello scrittore milanese, I convitati di pietra "scarica" l'ambizione letteraria sul piano dickensiano dell'intreccio (provate a dire, adesso, che le trame sono tutte uguali, se ne avete il coraggio!), della caratterizzazione dei personaggi e dei conflitti che li oppongono. Se fossimo un Paese nel quale la critica, il sistema editoriale, i premi letterari e il passa-parola fra lettori funzionassero in modo normale, e non all'incontrario, il romanzo dovrebbe scalare facilmente le classifiche delle vendite e ci auguriamo che ciò accada. Perché è vero che si ride, ma i dieci, pardon, trenta piccoli indiani di Mari sono anche una folle allegoria della condizione umana, o perlomeno una sua euforizzante perversione. A noi, poi, il romanzo è sembrato una geniale manomissione del concetto pascaliano di divertissement. Pascal sosteneva che le grandi passioni ludiche l'amore, l'arte, la scienza fossero in realtà dei grandi distrattori, il cui scopo recondito era chiaro: non farci pensare alla morte. E' lei il convitato di pietra che rispunta non appena le carte tornano nel mazzo e le pedine degli scacchi ricadono nella loro scatola.
E allora, perché non inserire la morte nel gioco? Trasformare lo spauracchio, che si vorrebbe dimenticare stordendosi, in una regola interna del gioco. Chissà che non sia questo, l'unico modo per neutralizzarla davvero, la Grande Buttafuori. E senza barare.