Alberto Savi è in semilibertà da qualche tempo. Il più giovane dei tre fratelli della Uno Bianca oggi può lasciare il carcere durante il giorno per lavorare – opera nella cooperativa sociale padovana “All’opera”, nata da due ex detenuti che sono diventati imprenditori – la sera deve tornare nella casa circondariale dei Due Palazzi di Padova, dove è detenuto. La semilibertà gli è stata riconosciuta dalla magistratura di sorveglianza al termine di un percorso rieducativo nel quale, secondo i giudici, avrebbe raggiunto un significativo livello di revisione critica.
L’ex poliziotto cesenate, 61 anni, sta scontando l’ergastolo insieme ai fratelli maggiori. Tutti sono stati condannati per le azioni della banda della Uno Bianca, responsabile di quella che è stata definita la più grave “strage diffusa” italiana: 103 episodi criminali tra il 1987 e il 1994, soprattutto tra Emilia-Romagna e Marche, con 23 morti e 115 feriti. La notizia, riportata dal Resto del Carlino, arriva mentre la Procura di Bologna ha riaperto il fronte investigativo sui possibili complici e mandanti della banda. Un nuovo capitolo che, secondo quanto trapela, Alberto Savi starebbe vivendo con forte disagio, quasi come un prolungamento della pena. Anche lui, come gli altri componenti del gruppo, sarà nuovamente ascoltato dagli inquirenti. Negli ultimi giorni si è discusso molto sull’intervista rilasciata dal fratello Roberto Savi a “Belve”, tra i presunti aiuti dei servizi segreti e l'uccisione dell'ex carabiniere Capolungo.
Nel 2010, dopo 16 anni di detenzione, aveva chiesto un permesso premio, ma la richiesta era stata respinta. Solo nel 2017 gli venne concesso di uscire per visitare la madre, ricoverata in condizioni gravissime. Da allora sono arrivati altri permessi, fino all’attuale regime di semilibertà. Come reso noto dall’Ansa, qualche mese fa era stato registrato un problema, poi rientrato: l’uomo sarebbe stato trovato positivo - non è chiaro se ad alcol o agli stupefacenti – ma poi avrebbe dimostrato che gli esami a cui era stato sottoposto erano sbagliati.
Ricordiamo che l’inchiesta bolognese si sta allargando anche alla morte di Pietro Gugliotta, ex appartenente alla banda, suicidatosi nel gennaio scorso nella sua casa di Colle d’Arba, in provincia di Pordenone. Ufficialmente il suicidio è stato attribuito a “motivi familiari”, ma attorno alla sua morte sono circolate altre versioni. Ora la Procura vuole capire meglio.
Saranno sentiti la seconda moglie di Gugliotta e il medico legale intervenuto dopo il decesso. Anche perché, poco prima di togliersi la vita, Gugliotta aveva chiamato la sua avvocata Stefania Mannino e le avrebbe detto: “Devo parlarti con urgenza, incontriamoci”.