Gentile direttore Feltri,
conoscendo la sua certezza sull'innocenza di Alberto Stasi, sarei curioso di sapere la sua opinione sul comportamento della famiglia Poggi che, dopo una iniziale condivisione del dolore di Stasi per l'uccisione di Chiara, si è poi sempre scagliata, in particolare la madre, contro di lui ritenendolo senza ombra di dubbio l'assassino della figlia. Anche adesso, dopo la riapertura delle indagini, i Poggi confutano qualsiasi nuovo elemento che suggerisca l'innocenza di Stasi indirizzando i sospetti su altri soggetti. Come si spiega tale atteggiamento? La loro priorità, come la nostra, non dovrebbe essere quella di individuare il vero colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio? La ringrazio e la saluto cordialmente.
Alberto Tonini
Caro Alberto,
comprendo perfettamente il tuo interrogativo e lo trovo legittimo, onesto, persino doveroso. La posizione della famiglia Poggi, e in particolare della madre di Chiara, è comprensibile sul piano umano, ma non può diventare un dogma sul piano giudiziario. Sono due livelli distinti che molti, per comodità o per paura, continuano a confondere. I genitori di Chiara hanno vissuto la tragedia più innaturale che si possa immaginare: perdere una figlia. Peraltro in una maniera terribile. In un caso così, la ricerca di pace, di stabilità, di un punto fermo diventa una necessità psichica prima ancora che morale. Dopo anni di processi, telecamere, interviste, perizie, ricostruzioni e speculazioni, è comprensibile che desiderino soltanto silenzio e quiete. È umano. È persino rispettabile. Nessuno, men che meno io, si permette di giudicare il dolore di una madre. Ma la giustizia non è una terapia del lutto. La giustizia non è un analgesico per il dolore. La giustizia non è una coperta emotiva. E la giustizia non deve chiedere il permesso. La giustizia è ricerca della verità. E la verità non si negozia con il trauma. Quando la famiglia Poggi si oppone a ogni nuova indagine, a ogni ipotesi alternativa, a ogni elemento che rimette in discussione la colpevolezza di Alberto Stasi, io non vedo cattiveria: vedo paura. Paura di riaprire la ferita. Paura di dover ammettere, anche solo come possibilità, che ci si possa essere sbagliati. Paura di perdere l'unico punto fermo costruito in anni di dolore: abbiamo un colpevole. È una dinamica psicologica diffusissima. Meglio una verità sbagliata che un'angoscia riaperta. Meglio una certezza fragile che un dubbio devastante. Lo capisco. Ma non lo accetto come criterio di giustizia. Perché, se la giustizia dovesse fermarsi davanti al dolore dei familiari, non esisterebbero revisioni, non esisterebbero errori giudiziari, non esisterebbero innocenti in carcere. E invece la storia giudiziaria italiana, e non solo, è piena di condanne sbagliate, di processi rifatti, di verità riscritte. La revisione non si chiede alle vittime. La revisione si chiede ai giudici. E non è un atto di crudeltà: è un atto di civiltà. Io continuo a ritenere Alberto Stasi innocente, e l'ho detto quando era impopolare dirlo, quando mi attiravo insulti, accuse, sospetti. Lo ribadisco oggi. E proprio per questo ritengo che ogni nuova pista, ogni nuovo elemento, ogni indagine su soggetti alternativi debba essere valutata fino in fondo, senza timori reverenziali, senza tabù, senza autocensure emotive. Capisco che per i Poggi sia insopportabile l'idea che il colpevole possa non essere quello che hanno identificato da anni. Capisco che si sentano aggrediti, destabilizzati, traditi. Ma la giustizia non può essere ostaggio del bisogno di pace di nessuno, per quanto sacro esso sia. La pace è un diritto delle persone. La verità è un dovere dello Stato. E se domani dovesse emergere che Stasi è innocente, sarebbe una tragedia nella tragedia per i Poggi, ma sarebbe comunque un atto di giustizia. Perché non esiste dolore che giustifichi la condanna di un innocente. Mai. In nessun caso. Per nessuna ragione. Il vero rispetto per Chiara non è difendere una sentenza a tutti i costi. Il vero rispetto per Chiara è trovare il suo vero assassino. Anche se fa male. Anche se sconvolge. Anche se costringe a ricominciare. La giustizia non è un monumento da venerare. È un cantiere da correggere.