L’arresto di Giuseppe Calabrò, detto “Dutturicchiu”, avvenuto per mano della Squadra mobile di Milano, non è soltanto un atto giudiziario. È la riemersione di una figura che per decenni ha abitato una zona grigia, quasi metafisica, della criminalità organizzata italiana. Un nome che attraversa mezzo secolo di storia nera del Paese, dai sequestri di persona degli anni Settanta fino alle più recenti inchieste sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nel Nord Italia, passando per i rapporti con il tifo organizzato e i grandi equilibri mafiosi lontani dai riflettori.
Settantasei anni, Calabrò era a piede libero nonostante la recente condanna all’ergastolo in primo grado per l’omicidio di Cristina Mazzotti. È stato fermato per il concreto pericolo di fuga, aveva già prenotato un volo da Milano a Reggio Calabria. Un dettaglio che, per gli inquirenti, racconta molto più di quanto sembri.
Il fantasma della ’ndrangheta al Nord
Tempo fa, il Corriere della Sera lo aveva definito senza mezzi termini “l’uomo che ha in mano il mondo”. Un’espressione che fotografa bene la cifra del personaggio, invisibile, silenzioso, apparentemente ordinario. Vestiti sobri ma di marca, tono pacato, atteggiamento da pensionato benestante. Potrebbe sembrare un ex direttore di banca, un funzionario pubblico in pensione, al massimo un medico di provincia. Nulla che richiami l’iconografia del boss mafioso.
Eppure, secondo le carte giudiziarie, Calabrò sarebbe stato per anni uno snodo centrale della ’ndrangheta operante al Nord. Classe 1950, originario dell’area di San Luca (Reggio Calabria), i suoi interessi, almeno in passato, si sarebbero mossi soprattutto tra Liguria e Milano. Proprio Milano, da tempo indicata come la vera capitale economica delle mafie, ma spesso esclusa dal racconto pubblico dell’antimafia più mediatica.
Su di lui circolano leggende che sembrano costruite apposta per alimentarne il mito, per anni gli investigatori non sono riusciti a intercettarne la voce. Nessuna conversazione captata, nessuna frase rubata. Come se u’ Dutturicchiu fosse un’entità incorporea, un fantasma dotato di un’eccezionale capacità di elusione. Sempre guardingo, sempre un passo avanti.
Ambasciatore e ministro del potere mafioso
In un ritratto pubblicato un anno fa, lo stesso Corriere della Sera lo descriveva come “ambasciatore e ministro” della ’ndrangheta. Non un capo militare, non un uomo da pistola, ma un mediatore, un garante, una figura di raccordo capace di parlare con tutti senza mai esporsi davvero.
L’intervista di Klaus Davi
È in questo contesto che si inserisce l’incontro avvenuto a Como, all’uscita dell’aula del tribunale, tra Calabrò e il giornalista Klaus Davi che da anni si è occupato del caso e della sua figura, citato esplicitamente dallo stesso Calabrò nelle carte dell’inchiesta “Doppia Curva”. Davi non fa sconti, lo incalza senza concedere tregua, riportando la conversazione sul processo, sulle intercettazioni, sui presunti rapporti con le curve degli stadi, sui legami familiari e su quel sistema di relazioni criminali che le indagini stanno cercando di decifrare.
Il processo
“Come sta andando il processo?”, chiede Klaus Davi. “Come tutti i processi”, risponde Calabrò. Davi osserva che Calabrò ha assistito a tutte le udienze e gli domanda il perché. “Come perché? Mi difendo”, replica. Alla considerazione del giornalista sulla costanza dimostrata, Calabrò chiarisce: “Non si tratta di questo. Quando in gioco c’è la tua vita è normale esserci. Poi a me piace ascoltare e intervenire, anche se in questo caso, trattandosi di un processo, non posso farlo direttamente. Ho le mie buone ragioni e qui sento anche le ragioni degli altri”. "Lei si dichiara innocente?", incalza Davi. “Questa è proprio una cosa da ridere. Il processo non andava fatto per niente”, risponde Calabrò.
Le intercettazioni e il nome di Mimmo Vottari
Davi porta la conversazione sul terreno delle intercettazioni legate alle curve degli stadi, nelle quali viene citato anche Mimmo Vottari, (Domenico "Mimmo" Vottari è una figura legata a inchieste sulla 'ndrangheta nel Nord Italia e alle dinamiche criminali all'interno della tifoseria organizzata del Milan) indicato come suo cugino.
“Non è mio cugino”, precisa subito Calabrò. ll giornalista fa notare che, al di là dei rapporti di parentela, Calabrò compare comunque nelle carte. “Mi mettono in mezzo ovunque”, replica lui. “Ma lei viene indicato come il grande capo di San Luca”, insiste Davi. “No, io sono il prezzemolo, buono per tutte le stagioni”, risponde Calabrò, ridimensionando ancora una volta il proprio ruolo.
Lucci, Senese e i dialoghi contestati
Davi torna sulle intercettazioni, citando Lucci (si riferisce a Luca Lucci, noto come "il Toro", ex leader della Curva Sud del Milan), che secondo le indagini doveva essere “arginato”, non eliminato. “Ma io non lo conosco”, ribatte Calabrò. “Però Senese (Michele Senese ritenuto il "capo supremo" di una potente organizzazione camorristica trapiantata a Roma, spesso in affari con clan di 'ndrangheta calabresi) lo ha incontrato”, continua il giornalista.
“Senese? Io non so nemmeno chi sia”, risponde. Davi fa allora riferimento ai dialoghi con Mimmo e con altri soggetti, ricordando anche l’episodio dell’attentato al bar (venne lanciata nel 2018 una bomba carta nel bar Black Devil lounge bar di Solaro). “Non lo so”, dice Calabrò, mostrando insofferenza e cercando di chiudere la conversazione con un saluto.
Le curve e il calcio
Ma Davi non si ferma e insiste sul tema delle curve. “Io gliel’ho già detto”, ribadisce Calabrò. “Non sono mai stato allo stadio e non sono tifoso di nessuna squadra. Si figuri se posso interessarmi a queste cose. Io sono un pensionato, un contadino”. Il giornalista però osserva che appare vestito con una certa eleganza e torna a incalzarlo: “Senta, dottor Calabrò, lei figura in queste intercettazioni come la grande eminenza grigia che proteggeva la presunta scalata di Mimmo”.
“Sono solo speculazioni. Io non c’entro nulla”, risponde secco. “Però i dialoghi ci sono”, ribatte Davi. “Signor Davi, sa cosa vorrei io?”, cerca di concludere Calabrò. “L’oblio. Il diritto all’oblio. Solo questo”.In chiusura arriva l’ultima domanda, sul soprannome. “Perché “Dutturicchio”? Ha studiato?” “Sì”, risponde Calabrò. “Mi ero iscritto all’università”..
ll caso Cristina Mazzotti
Poi c’è il caso emblema, Quello di Mazzotti. La notte dell’arresto segna una cesura netta. Giuseppe Calabrò viene fermato mentre è in libertà, nonostante la condanna all’ergastolo inflitta il 4 febbraio dalla Corte d’Assise di Como per l’omicidio aggravato sempre della giovane Cristina Mazzotti.
Cristina aveva 18 anni. Fu rapita il 1° luglio 1975 a Eupilio, nel Comasco, e segregata per quasi un mese in una buca di cemento a Castelletto Ticino. Uno spazio angusto, privo di sufficiente aerazione, dal quale usciva solo un tubo di plastica di pochi centimetri per farle arrivare aria. Venne tenuta in vita con due panini al giorno e massicce dosi di tranquillanti ed eccitanti. Morì tra il 30 luglio e il 1° agosto a causa delle condizioni disumane della prigionia e dell’eccesso di farmaci. Il suo corpo venne ritrovato il 1° settembre 1975 in una discarica a Galliate, nel Novarese.
Un sequestro che segnò un’epoca
Il sequestro Mazzotti è uno dei casi simbolo della stagione dei rapimenti a scopo di estorsione. La banda, composta da tredici persone, chiese inizialmente un riscatto di cinque miliardi di lire, poi scese a un miliardo e 50 milioni. Il denaro venne consegnato quando Cristina era già morta.
A tradire il gruppo fu un errore banale: uno dei sequestratori depositò parte del bottino, 56 milioni di lire, in una banca di Ponte Tresa, in Canton Ticino. Il direttore si insospettì e da lì partirono gli arresti che portarono allo smantellamento del commando. Il primo processo, celebrato a Novara nel 1977, si concluse con numerose condanne all’ergastolo, poi ridotte nei gradi successivi di giudizio. La storia giudiziaria del caso, però, non si è mai davvero chiusa.
Le nuove indagini e il pericolo di fuga
Secondo i pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola, Calabrò “vanta, nella sua attualità, una fama criminale” tale da consentirgli ancora oggi appoggi logistici e patrimoniali di alto livello, sia al Nord sia in Calabria. Un capitale relazionale che renderebbe concreta la possibilità di latitanza.
Non solo, dalle indagini sulla cosiddetta “Doppia Curva” emerge il suo ruolo di interlocutore privilegiato con esponenti di primo piano della criminalità calabrese, anche nel contesto del tifo organizzato di Inter e Milan.
Il mistero che resta
Giuseppe Calabrò continua a definirsi un uomo qualunque, un pensionato, un contadino.
Ma le carte giudiziarie raccontano altro, una figura capace di attraversare decenni, territori e inchieste restando sempre ai margini della scena, senza mai sparire davvero. L’arresto chiude forse un cerchio, ma non dissolve il mistero del Dutturicchiu: l’uomo che per anni è riuscito a essere ovunque e da nessuna parte, al centro del potere mafioso senza mai apparire.