Il riconoscimento del diritto a una "morte dignitosa". Citando Seneca, in Lettere a Lucillo, la gip Sara Cipolla inquadra il "tema giuridicamente rilevante" nelle vicende di Elena e Romano, due persone affette da malattia terminale accompagnate a morire nella clinica Dignitas di Zurigo. La giudice era chiamata a decidere se archiviare o meno Marco Cappato dalle accuse di aiuto al suicidio, come chiesto dalla procura di Milano, dopo che il tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni li ha accompagnati personalmente in Svizzera. Non potevano farlo da soli, come hanno testimoniato le persone a loro care: entrambi pienamente consapevoli di quanto stava loro accadendo, ma gravemente malati, Elena con un cancro, Romano con il morbo di Parkinson atipico in stadio irreversibile, sono stati portati in macchina da Cappato che si era poi autodenunciato ai carabinieri.
La giudice preliminare si è trovata dunque a decidere nel merito. Da un lato il codice penale, con l'articolo, pienamente in vigore, che disciplina l'aiuto al suicidio, il 580. Dall'altro, la sentenza della Corte costituzionale, quella del caso Cappato-Dj-Fabo, che già dal 2019 sottolinea che proprio quell'articolo non è conforme alla Costituzione, quando si verificano quattro condizioni: l'aspirante suicida è affetto da patologia irreversibile, la malattia è fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che trova intollerabili, la persona è tenuta in vita da un trattamento di sostegno vitale non più voluto e che ha diritto di rifiutare, è capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
Tutte e quattro le condizioni erano presenti. Le terapie prospettate sarebbero state "inutili" e quindi una forma di "accanimento terapeutico". Insistere sarebbe stato "non dignitoso" per la sensibilità e la percezione dei due pazienti. A chiedere l'archiviazione erano stati il pm Luca Gaglio e la ex aggiunta Tiziana Siciliano.
Dal 2019 lo stesso Cappato chiede una legge sulla depenalizzazione parziale dell'aiuto al suicidio, anche perché al momento la responsabilità di decidere cosa significa "morte dignitosa" è lasciata al singolo giudice. Il perimetro tracciato dalla Consulta è chiaro.