Scena del crimine

Sarah Scazzi diventa serie tv: "Ecco perché il true crime piace ai media"

Una nuova serie tv su Disney+ racconterà la storia di Sarah Scazzi. Carmine Gazzanni a IlGiornale.it: "L’opinione pubblica rischia di inquinare il raggiungimento della verità"

Sarah Scazzi diventa serie tv: "Ecco perché il true crime piace ai media"

La storia di Sarah Scazzi torna in tv. E lo fa per una serie tv intitolata “Qui non è Hollywood” che approderà su Disney+. A firmarne la regia è il regista pugliese Pippo Mezzapesa, che ne ha curato la sceneggiatura con Antonella Gaeta e Davide Serino, in collaborazione con Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni. Questi ultimi, a 10 anni dal delitto, realizzarono un libro-inchiesta, “Sarah - La ragazza di Avetrana”, dal quale lo scorso anno è andata in onda una docu-serie targata Sky.

Il caso Scazzi è una di quelle storie di cronaca nera che stanno presentando più di un’opera dedicata, mentre cresce l’attenzione internazionale per film, libri, podcast e serie tv a tema true crime. Talvolta queste opere subiscono pregiudizi preventivi, ma sono in realtà molto utili per non dimenticare e per aprire nuovi squarci su casi che rappresentano una ferita collettiva.

L’omicidio della giovane Sarah è uno di questi: quello che seguì alla sua morte fu un processo mediatico che portò alla condanna per omicidio della zia della vittima Cosima Serrano e della cugina Sabrina Misseri. Lo zio Michele Misseri fu condannato per occultamento di cadavere. Mentre la condanna di Michele sta per scadere, la giovane Sabrina condannata all’ergastolo, si è rivolta alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha dichiarato ammissibile il ricorso e potrebbe pronunciarsi a suo favore e quindi aprire alla revisione del processo.

Così continuare a parlare del caso significa anche riempire quei vuoti lasciati aperti, provare a porsi nuovi interrogativi. Per esempio: la condanna di Sabrina è stata influenzata dall’opinione pubblica? Certo è che il caso Scazzi è stato trattato mediaticamente in un modo inedito fino a quel momento strorico. “Si è creato così un mix esplosivo tra racconto, inchiesta e prospettiva mediatica - racconta a IlGiornale.it Carmine Gazzanni - I personaggi, che in realtà erano persone, erano tagliati con l’accetta: Cosima veniva ritratta come la mente dell’assassinio, la ‘grassottella’ Sabrina era contrapposta all’angelica Sarah, mentre Michele Misseri veniva trattato come una sorta di seconda vittima”.

Gazzanni: un libro, una docu-serie e ora una serie. A proposito, il vostro è il solo libro sul caso Scazzi?

“Non lo è. Ma è unico a suo modo, per via dello sguardo a 10 anni di distanza dal caso e quindi la possibilità di raccontare con lucidità e distacco la pressione mediatica di quel 2010. Analizzare dopo tanto tempo ci ha permesso di guardare tutto dall’esterno, sia per quanto riguarda gli aspetti dell’inchiesta sia per la dimensione mediatica e quanto questa abbia avuto influenze”.

In che senso?

“In tv il caso Scazzi è stato il primo di una serie di storie di cronaca nera mediatiche: molto spesso chi parlava non aveva consapevolezza della documentazione relativa all’inchiesta e al processo. Si è creato così un mix esplosivo tra racconto, inchiesta e prospettiva mediatica. I personaggi, che in realtà erano persone, erano tagliati con l’accetta: Cosima veniva ritratta come la mente dell’assassinio, la ‘grassottella’ Sabrina era contrapposta all’angelica Sarah, mentre Michele Misseri veniva trattato come una sorta di seconda vittima. Eppure è lui che occulta il cadavere, ed è sempre lui che continua a professarsi colpevole”.

Cosima Serrano, Sarah Scazzi e Sabrina Misseri
Cosima Serrano, Sarah Scazzi e Sabrina Misseri

Perché è importante continuare a raccontare la storia di Sarah?

“I casi di cronaca nera ti consentono di confrontarti con i sentimenti più abietti dell’essere umano. Ma a volte l’opinione pubblica rischia di inquinare il raggiungimento della verità, perché il racconto mediatico si concentra su dettagli banali o che non c’entrano nulla con la verità stessa”.

Cioè?

“Prendiamo il caso di Benno Neumair. Di lui si disse che, dato che faceva palestra, avrebbe assunto anabolizzanti e questi avrebbero potuto incidere sull’assassinio dei suoi genitori Peter e Laura Perselli. È un copione che spesso si ripropone con i casi che assumono una dimensione totalizzante, in cui c’è l’esigenza di crearsi la notizia anche quando la notizia non c’è. L’importanza di continuare a raccontare il caso Scazzi è nel passaggio dal particolare all’universale: bisogna cioè riflettere sul racconto mediatico e sulla sua funzione, che dovrebbe essere quella di informare. E invece spesso si rischia di deformare il racconto, compromettendo potenzialmente l’inchiesta”.

Quando si realizza un prodotto true crime, anche in termini di fiction, per la televisione o per il cinema si riesce sempre a restituire centralità alla vittima?

“La centralità della vittima è un po’ quello che sempre manca nella cronaca nera. Il carnefice finisce per assumere un’attenzione maggiore. Prendiamo la serie Netflix su Dahmer: ti porta a chiedere come un essere umano apparentemente comune possa aver commesso tali atrocità. Per quanto riguarda la storia di Sarah, nel libro io e Flavia abbiamo cercato di ridare dignità alla vittima, ritraendola in tutte le sue sfaccettature: Sarah era un’adolescente con tutti i chiaroscuri che l’adolescenza porta con sé. Il fatto che sia stata ritratta bidimensionalmente ha portato ad annullare il suo ricordo, la sua presenza, la sua storia”.

Cosa rende un caso di cronaca “mediatico”?

“Io e Flavia ci siamo posti tantissimo questa domanda e l’abbiamo posta a giornalisti e sociologi. Ci sono purtroppo tante altre ragazzine come Sarah che vengono assassinate, ma perché si è parlato per mesi di questo caso? La risposta degli esperti è stata: era il 26 agosto 2010 e non c’era nulla da raccontare, non c’era attività politica per riempire le pagine dei giornali e gli spazi televisivi, ma avevi un thriller salentino a costo zero, un racconto corale che costituiva un unicum. Per capire meglio, va fatto un confronto con Yara Gambirasio: Sarah e Yara erano due ragazzine, entrambe uccise nel 2010 a pochi mesi di distanza. Certo, il caso di Yara è unico per il modo in cui è stato rintracciato il colpevole, ma se si domandasse dove è avvenuto l’omicidio in pochi saprebbero rispondere, mentre il nome di Sarah è legato a quello di Avetrana”.

Michele Misseri nel 2015

Quando avete girato “La ragazza di Avetrana” avete coinvolto moltissimo la famiglia di Sarah. Cosa ha dato questo in più alla docu-serie?

“Dovevamo realizzare un documentario in cui fosse presente il racconto di Sarah e quindi era fondamentale la presenza e il coinvolgimento della famiglia, a partire dalla mamma Concetta e dal fratello Claudio. La docuserie ha avuto ottimi feedback in termini di critica e di ascolti, ma la sfida che ci siamo proposti era denunciare quanto possa incidere il racconto mediatico attraverso lo strumento televisivo stesso”.

Quentin Tarantino fu criticato per il ritratto di Sharon Tate in “C’era una volta a Hollywood”, ritratto che in realtà era fortemente femminista e aderente alla realtà. Voi avete ricevuto critiche aprioristiche?

“Essere criticati a tutti i costi dipende da vari motivi. I casi di cronaca nera, quando si banalizzano o si semplificano troppo portano una divisione manichea tra bene e male: se parteggi per chi costituzionalmente è riconosciuto come il male rischi di attirarti addosso critiche, che però lasciano il tempo che trovano se il tuo lavoro giornalistico è corretto. Credo sia un problema giornalistico: il giornalista non deve accettare acriticamente delle verità solo perché sono state stabilite da un magistrato, ma ha il dovere di capire come sono andate le cose. Non si deve passare al setaccio solo la politica ma anche la magistratura”.

Secondo lei, come mai alcune storie vengono narrate diverse volte dalla tv, dal cinema e dai libri?

“Per il loro cambio di prospettiva e al tempo stesso la consapevolezza che una storia possa essere foriera di insegnamenti che passano dal particolare all’universale trascendendo la storia in sé. Per esempio Nove trasmise, anni prima del nostro, un buon documentario con una grande attenzione sui buchi del caso Scazzi. Credo che raccontare o denunciare qualcosa che abbia una prospettiva più ampia rappresenti l’aspetto originale che porta a parlare in più modi della stessa storia, portando lo spettatore a porsi qualche domanda in più”.

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