Nel mosaico ormai affollato del Nizza Docg, dove la Barbera prova a scrollarsi di dosso l’immagine di vino “semplice” per affermarsi come interprete di un grande territorio del Piemonte più sottovalutato, c’è chi ha scelto di partire da zero. O quasi. L’azienda Frasca La Guaragna – che io ho conosciuto nel corso dell’ultimo Vinitaly svoltosi a Verona - nasce nel 2017, incrocio poco prevedibile tra due traiettorie: quella di Curt Frasca, imprenditore italo-americano con un passato nell’industria musicale, e quella di Matteo Gerbi, enologo astigiano cresciuto tra alcune delle cantine più solide delle Langhe. Il punto di incontro è Nizza Monferrato, ma soprattutto un’idea piuttosto nitida: capire fin dove può arrivare la Barbera, senza sovrastrutture.
Prima di produrre, però, si è studiato. Molto. Il progetto si è aperto con una ricognizione ampia, quasi ossessiva: oltre 250 ettari passati al setaccio, più di cento campioni di suolo analizzati, cloni messi a confronto. Alla fine, la selezione si è fermata su 25 ettari distribuiti tra Nizza Monferrato, Agliano Terme e Moasca. Non un’estensione enorme, ma sufficiente per lavorare per sottrazione, cercando precisione più che volume.
Il baricentro, inevitabilmente, resta la Barbera, che occupa circa il 70 per cento della superficie vitata. È da qui che si costruisce il racconto aziendale, articolato su più livelli. Al Vinitaly ho potuto degustare una Barbera d’Asti Docg vinificata e affinata in acciaio, che punta su pulizia e bevibilità, un Nizza Docg prodotto da uve che crescono in vigne con un’età media di 35 anni e che fa macerazioni prolungate, un passaggio in botte grande e poi un tempo di riposo in bottiglia che serve a farne un rosso estremamente espressivo, in bilico tra freschezza e complessità, uno degli assaggi più sorprendenti della mia tre giorni veronese.

Poi c’è il Nozza Docg La Veja, che è un po’ il manifesto del progetto. Vigne oltre i novant’anni, niente follature durante la macerazione — che può arrivare fino a 45 giorni — e un uso del legno ridotto all’essenziale, con botti grandi già usate. Qui l’idea è chiara: intervenire il meno possibile, lasciando che siano le uve a dettare il ritmo. Il risultato è un vino dal colore rosso rubino profondo, dal naso di confettura rossa, di viole appassite, di spezie e di tabacco e un sorso potente, complesso, eppure elegate ed equilibrato, perfetto sia per un consumo subitaneo sia per un invecchiamento in cantina.
Ho potuto anche assaggiare due etichette di bianco, il Monferrato Boc Bianco Sèj, da uve Arneis all’85 per cento con un piccolo saldo di Riesling Renano, e il Piemonte Doc Riesling Tardochè, un vino quest’ultimo sapido e quasi marino, che esalta le note minerali della tipologia. Un piccolo campione di eleganza. In carta anche una Freisa e un Grignolino.
“Vogliamo che ogni bottiglia sia leggibile come una porzione di queste colline”, sintetizza Gerbi. Tradotto: struttura e freschezza sì, ma senza forzare la mano. Un equilibrio che passa anche da un lavoro in cantina volutamente misurato, dove la tecnica resta sullo sfondo e l’obiettivo è preservare identità e differenze tra parcelle.
La produzione si attesta intorno alle 80mila bottiglie, distribuite in più di venti mercati, dal Nord America all’Estremo Oriente.
Numeri che raccontano una crescita ordinata, senza accelerazioni vistose. Nel frattempo, insieme ad altri produttori, Frasca La Guaragna partecipa alla costruzione dell’identità del Nizza DOCG, oggi sostenuta anche dal Consorzio nato nel 2025.