«La violenza è una prova di forza contro ogni logica politica». Scrittore, saggista, presidente del Vittoriale, studioso del XX secolo, Giordano Bruno Guerri guarda alla recrudescenza della lotta politica violenta come a una scia delle brutalità novecentesche, con elementi di novità.
Cosa pensa della vicenda di Quentin Deranque, giovane conservatore ucciso in Francia in un pestaggio da militanti legati alla sinistra estremista?
«Uno di quegli episodi di violenza a cui siamo purtroppo abituati. Ma qui c’è il morto, c’è un’azione di branco di quelle che offendono il vivere civile. Un episodio drammatico, che indica una tensione nella vita della Francia, di cui abbiamo segnali già da tempo, con disordini, instabilità governativa, mentre ci avviciniamo a un voto che segnerà uno spartiacque».
Meloni ha parlato di una ferita per l’Europa, Macron ha reagito male.
«L’irritazione di Macron viene da altro. Dall’avvicinamento tra Italia e Germania, dall’atteggiamento di mediazione di Meloni con Trump, cui lui sbagliandosi si oppone frontalmente. E viene da una politica giusta dall’Italia verso l’Africa. I veri motivi sono questi ma è un’irritazione fuori luogo comunque: l’Europa è così interconnessa che non si può pensare che qualcosa che accade in Francia non interessi anche l’Italia. E viceversa. Sarebbe come lamentarsi del fatto che ci si interessi a Minneapolis, pure molto più lontana».
E quella violenza è un fenomeno che vediamo anche noi in Italia.
«Certo, lo vediamo e già lo abbiamo visto dagli anni Settanta, ancora più virulento, ma soprattutto ci riguarda dal punto di vista dell’immigrazione. In Francia ci sono ribellioni di immigrati e figli di immigrati che, nati in Francia non si sentono francesi, provocano sommovimenti, disordini e potrebbe accadere anche fra noi».
Qualcuno ha pensato a Ramelli, una ferita aperta.
«Sì, è qualcosa che già accaduto, sia a destra che a sinistra dobbiamo ricordarlo.
Ma si presenta in una situazione nuova. In Italia c’è al governo il centrodestra, un partito che si pensava relegato a vita all’opposizione. In Francia l’attuale governo non si sa nemmeno chi sia e Marcon e i suoi sembrano destinati a una crisi importante; è uno scenario diverso da quello abituale. Più grave».
Nuova è la saldatura islamisti-sinistra estrema.
«Essendo al potere Macron avviene necessariamente con quello che sembra il suo avversario politico più forte o più distante. Potrebbe accadere anche in Italia. Ma è ancora in germe. Da noi si tratta più di una delinquenza ordinario, criminalità comune e non ancora politica».
Però se pensiamo ai cortei, agli scontri alla stazione di Milano, a Torino...
«Essendoci un governo di centrodestra, gli esagitati si schierano con l’opposizione.
Non dovrebbero essere alleati, ma sono tutti contro Israele, contro Trump».
La Palestina mitizzata.
«Temi mitizzati. Non è una novità. Penso al Vietnam».
Faziosità, odio e violenza. C’è un nesso?
«Certo, il linguaggio d’odio è premessa della violenza, prima si alza la voce e poi le mani. Si bercia e poi si picchia. È accaduto che prima si berciava sui social, i governanti hanno preso a modello questo urlare. E adesso la base imita loro, è un moltiplicarsi di cattivi comportanti».
Cui non è estraneo il mondo della cultura
«No, anzi, l cosiddetto mondo degli intellettuali è abituato ad alzare la voce. Gli intellettuali danno l’esempio negativo di tifoseria urlata. E prevalgono le curve».
A che punto si può arrivare, immagina scene da guerra civile
in Occidente o sono solo minoranze?«Non vedo situazioni in cui questo potrebbe accadere.
Le maggior parte delle popolazioni vivono in situazioni di sobria medietà, contrarie agli opposti estremismi».