Il tumore al colon rientra fra le tipologie di cancro più comuni nei paesi occidentali ed è una delle principali cause di decesso per malattia. Negli ultimi anni la scienza si è concentrata sul microbioma intestinale, il vasto ecosistema di batteri, virus e altri microrganismi che vivono nel sistema digerente.
Di recente i ricercatori dell’Università della Danimarca Meridionale e dell’Ospedale Universitario di Odense hanno identificato un virus precedentemente sconosciuto all’interno di un comune batterio intestinale, il Bacteroides fragilis.
Tale virus, che si manifesta più spesso nei pazienti affetti da tumore al colon, potrebbe fornire nuovi importanti indizi sulle modalità con cui la neoplasia si sviluppa. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Nature”.
I fattori di rischio da non sottovalutare
Attualmente le cause del tumore al colon sono in parte sconosciute. Esistono, tuttavia, alcuni fattori di rischio che favoriscono la sua comparsa. Tali fattori possono essere classificati in non ereditari, genetici e nutrizionali.
- Fattori rischio non ereditari: età superiore a 50 anni, fumo di sigaretta, sedentarietà, malattie infiammatorie croniche intestinali (morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa)
- Fattori di rischio genetici: si può ereditare la predisposizione ad ammalarsi se in famiglia sono stati diagnosticati casi di patologie come le poliposi adenomatose ereditarie e il carcinoma ereditario del colon retto su base non poliposica
- Fattori di rischio nutrizionali: sovrappeso, obesità, dieta ricca di grassi e proteine animali e povera di fibre.
Il ruolo del microbiota intestinale
Per anni gli studiosi hanno collegato uno specifico batterio intestinale, il Bacteroides fragilis, al tumore al colon. Tuttavia questa relazione è stata difficile da spiegare perché lo stesso batterio si trova anche nella maggior parte degli individui sani.
Al fine di risolvere tale contraddizione, si è indagato per comprendere se potessero esserci delle differenze all’interno del microrganismo. Il team ha quindi scoperto un virus che vive all’interno del Bacteroides fragilis.
Dall’analisi è emerso che i soggetti che sviluppano un cancro intestinale, il batterio in questione è molto più propenso a trasmettere un batteriofago specifico, ovvero un virus che infetta i batteri.
I dati su larga scala rivelano uno schema chiaro
L’importante scoperta è seguita all’approfondimento di una serie di dati provenienti da un grande studio danese che ha coinvolto circa due milioni di persone.
Gli scienziati, nello specifico, si erano concentrati su pazienti che avevano subito gravi infezioni del sangue causate da Bacteroides fragilis.
A una piccola parte di questi soggetti, nel giro di poche settimane, è stato diagnosticato un tumore al colon.
Confrontando campioni batterici di individui con e senza cancro, i ricercatori hanno individuato un modello chiaro: i batteri provenienti da malati oncologici avevano maggiori probabilità di contenere virus specifici.
Lo schema è confermato a livello mondiale
Per verificare lo schema a livello globale, il team ha analizzato campioni di feci di 877 persone in Europa, Asia e Stati Uniti.
I risultati hanno confermato quanto era già stato scoperto: i pazienti con tumore al colon avevano circa il doppio delle probabilità di contenere i virus nei batteri Bacteroides fragilis intestinali.
Si ritiene che fino all’80% del rischio di neoplasia intestinale sia influenzato da fattori ambientali, inclusi i microrganismi presenti nel microbiota.
Se il virus cambia il comportamento del batterio Bacteroides fragilis, potrebbe alterare al tempo stesso l’ambiente intestinale e quindi favorire la comparsa della malattia.
Possibili nuovi test di screening
Attualmente lo screening per il tumore al colon prevede la ricerca del sangue occulto nelle feci per i soggetti con più di 50 anni e per tutti coloro che presentano uno o più fattori di rischio.
Gli scienziati sperano in futuro di effettuare uno screening anche per i virus recentemente scoperti.
Le prime analisi suggeriscono che alcuni marcatori virali potrebbero identificare circa il 40% dei casi di cancro.Tuttavia i ricercatori sottolineano che questo studio è ancora nelle sue fasi iniziali. Sono infatti necessari ulteriori approfondimenti prima che esso possa essere utilizzato nella pratica clinica.