Dopo il referendum sono arrivate richieste di dimissioni e passi indietro: non dall'opposizione, questo è il bello anzi il brutto ma da Giorgia Meloni. È stata lei a decidere. Andrea Delmastro Delle Vedove ha lasciato il suo ruolo di sottosegretario alla Giustizia, Giusi Bartolozzi è stata spostata dal suo incarico, Daniela Santanchè ha fatto un passo indietro da ministra del Turismo. Tre nomi, tre incarichi, tre bersagli tolti dalla linea del fuoco.
Ed è qui che nasce la domanda, quella vera, quella che gira nei bar e negli uffici: perché? Fino a un momento prima si diceva giustamente che non si governa sotto dettatura della magistratura associata e della sinistra, che non si mandano a casa le persone perché indagate o perché finite nel tritacarne mediatico. Poi, subito dopo, accade il contrario. Non proclamato, ma praticato.
Mettiamo ordine.
1. Il risultato del referendum è figlio di un ragionamento che fa schifo. Non lo abbellisco. Si è respinta una riforma di puro buonsenso separare chi accusa da chi giudica trasformandola in un attentato alla democrazia. Si è fatto credere che si volesse mettere le mani sulla magistratura, quando si voleva soltanto evitare che pubblici ministeri e giudici continuassero a crescere nello stesso ambiente, nello stesso circuito, nello stesso letto professionale. In qualunque Paese normale è la regola; qui diventa scandalo. A sostenere
questa linea sono state la magistratura associata e la sinistra, che su questo tema marciano compatte, con una coincidenza di interessi fin troppo evidente. Il risultato è che una riforma ragionevole è stata rovesciata e gli italiani, in buona parte, ci sono cascati. Non è una tragedia, ma non è un bello spettacolo.
2. Poi ci sono i nostri errori. Il primo è stato accettare il terreno truccato dell'avversario. Chi ha condotto la campagna è andato a giocare lì, invece di riportare la discussione alla semplicità della questione. Così una riforma tecnica è diventata una guerra ideologica, e alla fine Giorgia Meloni si è trovata a combattere quasi da sola, da guerriera solitaria, mentre i suoi si muovevano in ordine sparso. Dall'altra parte, invece, marciavano compatti come un plotone. Il secondo errore è stato il tono: si è trasformata una sconfitta che non cambiava nulla in una specie di catastrofe. Non è accaduto (quasi) niente. Ma dentro quel quasi c'è tutto: la ferita personale al leader, il segnale politico che brucia. E allora si è reagito mostrando il fianco. Una graffiatura, non uno squarcio. Ma le graffiature, se non le curi, si infettano.
3. E veniamo al punto decisivo: quelle dimissioni. Non chiamiamoli capri espiatori, perché i capri espiatori si sgozzano, crepano. Qui non è successo. Questi tre sono scesi dalla cadrega al cadreghino. Mantengono stipendio, dignità, ruolo pubblico. E hanno guadagnato stima
presso la loro gente, perché hanno accettato un declassamento che appare immeritato senza fare sceneggiate. Daniela Santanchè, che conosco e stimo, ha lavorato bene da ministro: i numeri del turismo lo dimostrano, non le chiacchiere. Non siamo davanti a sacrifici umani, ma a una ritirata strategica.
Perché? Perché dall'altra parte il metodo è sempre lo stesso: si prende un nome, lo si trasforma in bersaglio quotidiano, lo si rosola finché diventa un problema permanente per il governo. Qui si è deciso di togliere il bersaglio. È un'ingiustizia? In parte sì. Ma è una scelta per chiudere una breccia che sarebbe stata sfruttata all'infinito.
Resta un punto concreto. Alla fine Giorgia Meloni ha dovuto esporsi da sola, in un comizio del suo partito, mentre gli avversari si muovevano insieme, compatti, coordinati. Anche questo pesa.
E allora torniamo alla domanda iniziale: perché? La risposta c'è, ma va detta.
Perché senza spiegazione sembra un cedimento; con una spiegazione diventa una mossa.Dai Giorgia, rispondi. Ci piace come cavalchi, anche abbastanza solitaria nella prateria. Ma noi siamo la tua gente. Noi ci fidiamo di te. Fidati anche tu di noi, anche quando sei incazzata.