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Così Riad e Abu Dhabi vogliono aggirare il blocco dello Stretto di Hormuz

Sulle infrastrutture dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti incombono comunque le minacce del regime iraniano. L’incognita degli Houthi

Così Riad e Abu Dhabi vogliono aggirare il blocco dello Stretto di Hormuz
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Lo Stretto di Hormuz è congelato. Nel canale d’acqua attraverso il quale prima della guerra transitavano ogni giorno il 20% del petrolio e il 25% del gas naturale liquefatto del mondo, il traffico commerciale è ormai sotto ostaggio dei pasdaran. E un’ulteriore escalation potrebbe essere dietro l’angolo. La Cnn riferisce infatti che il regime degli ayatollah avrebbe già cominciato a posizionare mine nello Stretto e gli Stati Uniti annunciano la distruzione di 16 posamine iraniane.

Mentre con il controllo di Teheran su Hormuz la Repubblica Islamica esporta più petrolio che mai, in gran parte destinato alla Cina, tutti gli altri produttori della regione si affrettano a trovare nuove rotte per aggirare lo Stretto. La buona notizia è che un piano B per rispondere allo scacco matto dichiarato dai pasdaran esiste già. La cattiva è che potrebbe non essere sufficiente.

I leader del Medio Oriente, in gran parte sunniti e ostili al regime sciita, avevano immaginato lo scenario che la guerra iniziata il 28 febbraio ha reso concreto. Per correre ai ripari, sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti stanno facendo ricorso a due oleodotti, rispettivamente il saudita East-West e l’emiratino Abu Dhabi Crude Oil Pipeline (Adcop), che bypassano Hormuz permettendo così di affrancarsi dal controllo iraniano.

L'oleodotto East-West, realizzato oltre 40 anni fa, attraversa per circa 1200 chilometri la penisola arabica dal Golfo Persico al Mar Rosso e garantisce il trasporto di circa 5 milioni di barili di greggio al giorno. La seconda (più piccola) arteria, l’Adcop, su cui starebbero puntando le autorità locali, in questo caso quelle degli Emirati Arabi, collega Habshan a Fujairah, sul Golfo dell’Oman e garantisce il trasporto sino ad un massimo di due milioni di barili. Numeri che, per quanto impressionanti, vanno confrontati con i 20 milioni di barili che, in tempo di pace, passavano da Hormuz.

È chiaro dunque che i due oleodotti non possono sostituire i flussi di greggio pre-conflitto ma, sottolinea in un’analisi il Wall Street Journal, il loro utilizzo è quasi l’unica cosa che impedisce che si verifichi una crisi energetica ancora peggiore. “Sebbene in passato abbiamo dovuto affrontare delle interruzioni, questa è di gran lunga la crisi più grande che l’industria petrolifera e del gas della regione abbia mai dovuto affrontare”, dichiara Amir Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco. Nasser aggiunge che il produttore di petrolio saudita prevede di inviare un massimo di sette milioni di barili di greggio attraverso l’East-West entro pochi giorni.

Diversi i problemi che restano irrisolti, anche con l’impiego dell’infrastruttura saudita. Aramco invia poco meno di un milione di prodotti petroliferi al giorno che non possono essere deviati. A ciò si deve aggiungere il petrolio bloccato in Bahrein, Kuwait e Iraq. Gli analisti avvertono poi che Teheran potrebbe arrivare presto anche a prendere di mira gli oleodotti di Riad e di Abu Dhabi. C’è, infine, l’incognita rappresentata dagli Houthi che, sebbene per ora si siano astenuti dall’entrare in guerra, potrebbero colpire il traffico commerciale deviato dal Golfo Persico al Mar Rosso proprio grazie all’oleodotto East-West.

Il blocco di Hormuz da parte di Teheran è insomma un rompicapo da incubo che però gli addetti ai lavori, in caso dello scoppio di un conflitto con il regime islamico, avevano previsto. L’amministrazione Trump, scrive il New York Times, sarebbe invece stata colta alla sprovvista dalla rappresaglia dei pasdaran agli attacchi americani e israeliani e adesso prova a minimizzare.

“Non posso dire che avessimo previsto che (l’Iran) avrebbe reagito esattamente in questo modo, ma sapevamo che era una possibilità”, ha dichiarato il segretario alla Difesa Usa Pete Hegseth precisando che quanto stiamo vedendo è “una dimostrazione della disperazione del regime”.

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