Gli Usa muovono il "porto mobile" per Gaza: com'è fatto e cosa può fare

La nave con a bordo i genieri e i materiali è partita dalla Virginia. I pontoni serviranno come punto di arrivo degli aiuti provenienti via mare da Cipro. Dubbi degli esperti sulla sicurezza e le condizioni geografiche in cui i soldati opereranno

Gli Usa muovono il "porto mobile" per Gaza: com'è fatto e cosa può fare
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Due mesi. Questo è il tempo che servirà alla Seventh transportation brigade americana per completare un porto galleggiante lungo la costa della Striscia di Gaza, dove far sbarcare aiuti umanitari per la popolazione. La nave americana Frank S. Besson, con a bordo i materiali necessari e i mille soldati che parteciperanno all’operazione, ha lasciato la sua base in Virginia e si sta dirigendo verso il Mediterraneo orientale. Il primo passo, questo, di un piano che ha suscitato molte perplessità.

Secondo le indiscrezioni, una volta arrivati sul posto i genieri dovranno creare un molo mobile lungo circa 500 metri, che sarà il terminale dei carichi provenienti da Cipro. Gli aiuti saranno prima sottoposti a controlli preventivi sull’isola e poi spediti via nave in direzione della Striscia, percorrendo una tratta di circa 400 chilometri. Fonti diplomatiche e associazioni umanitarie hanno ritenuto questo piano poco agevole e non comparabile a un corridoio garantito dai grandi camion, ma comunque migliore delle casse di viveri paracadutate più volte negli ultimi giorni dall’aviazione.

Diversi esperti, inoltre, hanno osservato come condizioni meteo sfavorevoli potrebbero creare non pochi problemi durante l’opera di costruzione. La costa di Gaza, infatti, non presenta ripari naturali per la struttura come baie o golfi. Un altro punto critico è la sicurezza. I pontoni saranno gestiti dagli americani, invisi alle organizzazioni terroristiche che stanno combattendo contro Israele, e vi è quindi la possibilità che qualcuno possa tentare un’azione offensiva contro il porto o il personale. Nel corso dei mesi di conflitto, vari esponenti di Hamas hanno più volte dichiarato di non avere tra le loro priorità il benessere dei civili di Gaza e che l’alto numero di vittime innocenti è un aiuto alla causa palestinese, quindi non si può considerare il fatto che gli statunitensi si troveranno nell’exclave per consegnare aiuti come una garanzia di sicurezza.

Per tentare di prevenire azioni del genere, sarà necessario uno stretto collegamento tra tutti gli attori in campo: Stati Uniti, Israele, autorità cipriote, mediatori e fazioni palestinesi.

La strage avvenuta durante la consegna di viveri a inizio marzo e le sommosse contro i terroristi, colpevoli di aver sequestrato numerosi carichi di aiuti per il proprio sostentamento, sono moniti importanti sulla situazione disperata della popolazione della Striscia, vittima della guerra scatenata da Hamas e pronta a tutto per accaparrarsi cibo, medicine e altri beni di prima necessità.

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