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Il New Yorker vede negli avatar AI un problema sociale. Il ritorno del politicamente corretto (versione artificiale)

Una casalinga di 45 anni con generatori di immagini AI crea una giovane, magra, alta, vestiti sexy, un corpo da influencer di moda lifestyle, e soprattutto, piccolo dettaglio, bianca, mentre lei è nera

Pexels
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Una casalinga della Georgia, di quarantacinque anni, comincia a smanettare con generatori di immagini AI, così, per gioco, fino a capire: vuoi vedere che posso monetizzare? Crea Isabella, e Isabella non le somiglia per niente: giovane, magra, alta, vestiti sexy, un corpo da influencer di moda lifestyle, e soprattutto, piccolo dettaglio, bianca, mentre Robin è nera. Questa storia la racconta il New Yorker, insieme a altre, per dire che con l’AI chiunque può diventare influencer, e anche per mettere in evidenza le contraddizioni di questa tendenza.

Perfino Facebook, che sembra un cimitero di zombi digitali, si sta rivitalizzando con l’AI. Il gruppo Baddies in AI per esempio è dedicato a donne che usano la propria presenza social per creare personaggi completamente artificiali, e conta già trecentomila membri (membri femminili, immagino, però artificiale per artificiale chi può dire se dietro una Samantha non ci sia un camionista texano?).

Il New Yorker comunque spinge molto su un problema sociale, molto più americano che europeo, citando una donna nera, Whitney, che pubblica immagini AI di una donna bianca per cercare lavoro, qualcuno ha dato un nome a questa cosa, “whitefishing”, e Whitney ha risposto di aver già provato con il suo avatar bianco su LinkedIn e di aver avuto più offerte di lavoro che come nera.

Ma vale davvero per tutti? In una società in cui le differenze etniche contano sì (anche se devi cercare un lavoro in smart working, non è che il tuo avatar te lo puoi portare in un ufficio), benché il contrario sarebbe poco ben visto, tipo un bianco che si finge nero. Lasciamo stare che diventerebbe subito appropriazione etnica e culturale (come la “blackface”), magari con l’AI la questione è superata (non credo), ma ricordiamoci che da noi il nero sui social va molto. Prendiamo Khaby Lame, senegalese vissuto in Italia, che come saprete durante il Covid era disoccupato e si inventa a casa sua, con uno smartphone, una comicità muta, puramente gestuale, basata sullo smontare i video idioti su TikTok con un semplice gesto e la stessa espressione facciale. Centosessanta milioni di follower, Forbes lo ha inserito tra i top creator 2025 con 20 milioni di dollari di guadagni all’anno, e ha perfino venduto la propria immagine, il proprio avatar, dentro un’operazione valutata sulla carta quasi un miliardo e più.

Ora, senza nulla togliere alla creatività e all’intelligenza di Khaby, immaginatevi se Khaby fosse stato un bianco occidentale, e avesse fatto gli stessi video: Khaby ha inventato una comicità universale sfruttando l’imbecillità dei social, bravissimo, eppure avrebbe funzionato lo stesso se fosse stato un influencer bianco californiano, o anche un ragazzo bianco di Milano?

Non vi venga in mente di imitarlo, come ho detto sareste subito accusati di blackface digitale, appropriazione culturale, sfruttamento etnico-estetico, e perfino di razzismo.

Mi domando solo una cosa: se una donna nera può diventare bianca, se una donna bianca brutta può diventare bella (lo so adesso mi attaccheranno le femministe perché ho detto donna brutta, forse perché si sentono chiamate in causa), io, scrittore cinquantacinquenne stanco, esasperato, misantropo, insopportabile, che ormai ho scritto tutto quello che volevo, posso farmi con l’AI un avatar femminile di una molto figa e monetizzare su OnlyFans? O anche le tette digitali per un maschio sono appropriazione sessuale indebita?

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