Nel giorno della piazza di Askatasuna, possiamo dire che la festa della sinistra è già finita. L'ubriacatura referendaria è durata solo qualche giorno e ora il Campo largo torna in mano a quell'area radicale che ormai da un anno detta la sua agenda. Torneranno i tazebao incendiati con la foto di Giorgia Meloni e in fondo tutto tornerà come prima. Perché quel fortissimo mal di testa che sentono Elly Schlein e Giuseppe Conte non ha nulla a che vedere con lo stato di salute del governo Meloni, che si giocherà la tenuta e il futuro solo sulle sue scelte e sul giudizio che ne daranno gli italiani. Il fronte del No è ormai il fronte del Forse e si è già sciolto al sole primaverile, come tutte le battaglie antagoniste che si nutrono di rabbia, disagio e ipocrisia. La festa, che in realtà era una specie di rave abusivo, è già finita. È per questo che stavolta il rave è finito prima che arrivasse la polizia, perché tanto per la destra quanto per la sinistra questo referendum era un processo. Non si sono scontrate due visioni della giurisprudenza, ma al contrario sono emerse le contraddizioni interne ai fronti solo apparentemente opposti. Infatti, per riportare lo scontro tra le due coalizioni, c'è bisogno degli autonomi, degli anarchici e degli islamisti.
Nell'imbarazzo degli pseudo-centristi che ancora si barcamenano tra un governo che ha accusato il colpo e rivendica il dovere-diritto di proseguire la legislatura ma non teme il voto e un'opposizione che sfrutta la crisi internazionale e le contraddizioni dell'Occidente ma che, messa di fronte alle urne davvero, ne ha più paura della maggioranza.